.
Annunci online

  ConcorrenzaEnergetica [ ]
 
 
         
 


Ultime cose
Il mio profilo



cerca
letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
 


18 maggio 2018

Caratteristiche Rilevanti di interesse congiunto pubblico-privato gestite dalla PDG

Nel post del 28/03/18 sono elencate solo alcune delle molte tematiche, la cui gestione ottimale certamente migliorerebbe la qualità di vita delle persone presenti su un territorio.
Si può perseguire la soluzione di quei problemi (e di altri), stimolando la modifica di specifiche Caratteristiche Rilevanti di beni e servizi la cui produzione è collegata a quei temi.
Per taluni temi tali modifiche risultano anche un beneficio diretto per chi assume decisioni in tal senso e non solo per l'insieme dei residenti nel territorio ove i beni e servizi sono prodotti od offerti.
Qui si fanno solo due esempi (altri sarebbero possibili) di Caratteristiche Rilevanti modificabili nell'interesse congiunto pubblico-privato.

1. Energia per le attività umane
Per ogni decisore è evidente il beneficio di poter spendere meno in energia a parità di servizio finale ottenuto.
Ed ovviamente ciò vale per qualunque servizio finale, sia per lo stesso decisore, sia da offrire a terzi.
Così il valore (microeconomico) della spesa energetica per i decisori è di -1 € per ogni € speso in energia.
Sinteticamente V(microeconomico)(Energia) = -1 €/€erg
Per quanto riguarda la macroeconomia di un territorio il valore è correlato al bilancio import-export, specie se c'è una forte dipendenza energetica dall'estero (in Italia per 60 G€ su 150 G€ di spesa energetica).
Sinteticamente V(macroeconomico)(Energia) = -0,4 €/€erg
Così in Italia ridurre di 1 M€ la spesa energetica crea un vantaggio economico complessivo di 1,4 M€.
Quindi il vantaggio economico in Italia da spesa energetica risulta:
V(Erg, IT) = -1,4 €/€erg
L'intensità della spesa per acquisto di energia è il rapporto tra tale spesa ed il livello d'attività corrispondente.
Nelle attività che forniscono beni o servizi al consumo il Livello di Attività è il Valore Aggiunto corrispondente.
Nelle altre attività, il livello d'attività d'un soggetto non economico può essere più complesso da definire, ma la Rappresentanza Politica Territoriale e lo definisce generalmente in base al volume annuale di beni o servizi prodotti da quel tipo di soggetto.

2. Resilienza ai terremoti
Per ogni proprietario ed utilizzatore di un bene immobile, il danno patrimoniale massimo da terremoto è la somma del valore dell'immobile, del danno biologico per la morte delle persone presenti e dell'attualizzazione del reddito che verrà a mancare fintanto che non sarà possibile riutilizzarlo per gli scopi originari.
Il danno erariale attuale dei terremoti, inclusa la perdita d'introito fiscale per i redditi mancanti fino a ricostruzione, si può ritenere almeno il doppio del costo di pura ricostruzione, valutato circa 3 G€/a negli ultimi 40 anni.
Ed è ragionevole affermare che il danno privato sia circa il triplo del danno erariale.
Così in Italia il cumulo dei premi assicurativi annuali obbligatori (per risarcire gli effettivi danni sismici attuali) sarebbe 18 G/a, corrispondente al 0,3 %/a del valore catastale del patrimonio immobiliare privato ora agibile in Italia.
Il cumulo nazionale dei premi assicurativi ha il solo scopo di creare una capacità nazionale di risarcimento adeguata al contingente livello di sicurezza sismica degli edifici in Italia ed azzera il danno erariale.
La raccolta annua assicurativa obbligatoria può ridursi se la sicurezza sismica migliora, ma, finché questa non cresce significativamente, il premio assicurativo annuale deve rimanere 0,003 €/€(valore catastale) per poter risarcire proprietario + utilizzatore fino a 6 volte il valore catastale dell'immobile danneggiato nel sisma (dopo la valutazione del danno attualizzato).
A regime, questa modalità assicurativa riduce il tempo medio d'inagibilità, i danni ai redditi ed i premi assicurativi.
-
Le sollecitazioni meccamiche del sisma sono assorbite dagli immobili in base alla diversa resilienza:
- o si può continuare ad usarli senza interventi edilizi
- o si può continuare ad usarli dopo piccoli interventi
- o è comunque garantita l'incolumità delle persone presenti
- o gli immobili crollano con danni alle persone ed inagibilità fino a ricostruzione avvenuta
La capacità nominale d'assorbire l'energia sismica (Resilienza al Sisma = RaS) è il valore di picco dell'accelerazione al suolo (PGA) che l'immobile può assorbire ed essere riutilizzato dopo pochi giorni di verifica e ripristino.
In media le tecnologie per ottenere questo livello di sicurezza sismica, costano il 10 % del valore catastale [purché si faccia l'adeguamento sismico nelle nuove costruzioni, o durante ristrutturazioni rilevanti; in media ogni 40 anni].
In Italia dal 2009 è nota per ogni località la probabilità/frequenza che si verifichi un sisma, con un livello massimo noto dell'energia scaricata alla superficie.
In Italia la raccolta assicurativa obbligatoria per il rischio terremoti sarebbe in media lo 0,3 %/a del valore catastale.
Tuttavia i premi assicurativi dovranno essere maggiori per le località con maggior frequenza di terremoti e con più elevato picco di accelerazione al suolo.
Inoltre il premio assicurativo obbligatorio cumulativo di distretto dovrà calare se cresce la sicurezza sismica media degli immobili ed azzerarsi, se oltre il 90 % di questi ha RaS > PGA.
-
Fintanto che in un territorio (a pari PGA e frequenza terremoti) non risulta certificata la RaS di oltre il 70 % degli edifici, il premio assicurativo obbligatorio è uguale per tutti e dipende solo dalle caratteristiche del territorio e dal valore catastale dell'edificio.
All'interno d'un territorio omogeneo l'equa attribuzione dei premi assicurativi e lo stimolo all'adeguamento sismico si persegue con la PSD(RaS, edifici), ove il Livello d'Attività è il Valore Catastale dell'edificio ed il rapporto RaS/PGA è l'indice su cui si differenzia il conseguente accredito automatico annuale (AAA).
Il vantaggio economico di riferimento per PSD(RaS, edifici) è pari al premio assicurativo medio per quella località più un massimo di 0,1 %/a del valore catastale per garantire il mantenimento nel tempo della sicurezza sismica.
Quindi per ogni territorio a PGA omogeneo, i premi assicurativi risulteranno medi per gli immobili con RaS/PGA uguale alla media del distretto, maggiorati per gli immobili con RaS minori e ridotti per gli immobili con RaS maggiori.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica energia sisma

permalink | inviato da ggavioli il 18/5/2018 alle 5:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


23 aprile 2018

Politiche di Stimolo Differenziale per ridurre la spesa energetica

L’Intensità Energetica è una Caratteristica Rilevante di ogni attività umana ed in PDG è definita:
(costo dell’energia utilizzata per l’attività) / (scopo misurabile dell’attività)
L’intensità energetica dei singoli processi produttivi di beni e servizi offerti al consumo, nonché quella delle “macchine commerciali” [beni durevoli acquistati per ottenere servizi finali], ovviamente portano al rapporto macroeconomico complessivo intensità energetica dell’economia: (costo energia) / PIL
Quando un territorio deve importare gran parte dell’energia usata (come l’Italia), ridurre l’intensità energetica significa aumentare il PIL almeno di tutto l’acquisto all’estero di Vettori Energetici Commerciali, o di Fonti Energetiche grezze.
----
Vettori Energetici Commerciali
Indipendentemente da come sono ottenuti, sono propriamente quelli offerti dai fornitori ed acquistati dagli utilizzatori e comprendono l'energia elettrica ed i combustibili commercializzati: gassosi, liquidi, solidi.
Nelle PSD(Erg) gli utilizzatori d'energia commerciale non sono valutati in base alle Fonti Energetiche grezze utilizzate dai fornitori per ottenere i vettori d'energia, ma solo rispetto alla spesa per acquistare VEC.
Quindi, nelle PSD(Erg) gli utilizzatori di energia non vengono limitati nell'autoprodurre energia (così riducono la spesa in VEC), naturalmente nel rispetto dei beni comuni non rinnovabili del territorio.
----
Peraltro, anche senza incentivi ed agli attuali livelli medi d’intensità energetica, ridurre l’intensità energetica risulta conveniente agli utilizzatori dell’energia commerciale.
Il costo complessivo dell’energia utilizzata in Italia è circa 150 G€/a di cui circa 60 G€/a spesi all’estero.
Ovvero la variazione di PIL correlata all’energia importata in Italia risulta: SVSG(Erg) = -60 G€/a
Quindi l’intensità energetica tocca un interesse chiaramente convergente tra pubblico e privato.
L’energia usata per produrre beni e servizi offerti al territorio, ha quindi in Italia, un valore patrimoniale di Interesse Generale negativo pari a -60/150 = V(Erg, gen) = - 0,4 (€/€erg)
Ma per l’ovvio concomitante interesse individuale, è invece: V(Erg, ind) = - 1,0 (€/€erg)
Il Fattore valorizzante per un gruppo omogeneo è F(Erg) (€/a/umLA) = - 1 * IR(Erg) * mE
L’intensità energetica media del VA dei Soggetti Economici risulta mmE = 0,1 €e/€VA


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politica energia fornitori utilizzatori

permalink | inviato da ggavioli il 23/4/2018 alle 9:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 aprile 2018

L'energia come tema di Interesse Generale

La produzione di Vettori Energetici Commerciali, la produzione di macchine per ottenere servizi finali usando energia commerciale o autoprodotta, nonché l'uso di tali macchine da parte degli utenti finali concorrono almeno al 20 % del PIL di un territorio.
Almeno per questo il tema energia è d'Interesse Generale.
Discuterlo è certamente indicativo dei modi d'affrontare altri temi di interesse generale, partendo dalla valutazione delle politiche attualmente operative.

Un esempio di discussione svolta nel 2009 su produzione ed uso dell'energia si ritrova nei post da #41 a #80 di

http://www.energeticambiente.it/discussioni-sui-massimi-sistemi-del-mondo-energetico/14720893-politica-energetica-efficace-duratura.html

Le mie proposte del 2009 potevano raggiungere gli scopi indicati senza intaccare i bilanci pubblici e privati.
Tuttavia non erano ancora abbastanza standardizzate da poter fare da traccia per interventi su altri temi di Interesse Generale.
A partire dal 2014, l'approccio a temi fuori da Energia e da Gas Effetto Serra, ha permesso la codifica di un metodo generalizzato per risolvere molti problemi senza attingere alle casse pubbliche, ma stimolando i privati ad utilizzare di più (per loro maggior convenienza) le proprie risorse economiche a favore della soluzione di problemi di Interesse Generale (cioè della generalità di chi abita e lavora in un territorio).

Lo stesso tema energia è stato normalizzato separando gli stimoli indirizzati ai fornitori di Vettori Energetici Commerciali da quelli indirizzati agli utlizzatori. E ciò ha permesso una notevole semplificazione degli interventi stessi, specialmente rispetto alle attuali normative in materia energetica.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. energia economia ghg

permalink | inviato da ggavioli il 20/4/2018 alle 10:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


24 settembre 2014

4_L’opzione Politica Energetica Differenziale

Riporto da
http://ecodembologna.wordpress.com/
Il quarto post della trattazione sistematica dei temi fondanti di questo blog e qui trattati a partire dal 2009 (09/06, 11/06, 26/06, 31/07)
----------------
Per ridurre il Danno Pubblico dato da FEM ed Effetto Serra, si propone un tipo di intervento pubblico diverso e sostitutivo delle politiche energetiche tradizionali.
Queste infatti, per evitare danni collaterali, devono essere mantenute a bassi livelli di efficacia.
La Politica Energetica Differenziale è invece un intervento che, a tecnologie attuali, non causa aumento dei costi medi dell’energia commerciale, né aumento dei costi medi di beni e servizi ottenuti con energia e “macchinari”.
Inoltre, a pari tecnologie e PIL, non aumenta il gettito fiscale complessivo.
Per queste ragioni fondamentali la PED non causa inflazione, né depressione.
La PED identifica tre tipi di decisori:
1. I fornitori di quattro tipi di prodotti energetici commerciali (energia elettrica, combustibili gassosi, combustibili solidi, combustibili liquidi)
2. Gli utilizzatori d’energia commerciale, che usandola tramite “macchine”, ottengono beni e servizi per sé, o per altri.
3. I fornitori di “macchine” (veicoli, edifici, apparecchiature energivore).
In termini sintetici, la PED nazionale prevede:
1. I fornitori d’energia, suddivisi nei quattro comparti, sono gravati di una Carbon Tax sulla CO2 potenziale delle FEM usate (100 €/tCO2).
Il gettito della CT (ora circa 100*0,5 = 50 G€/a, meno l’attuale prelievo di accise ed altre tasse sull’energia, che la PED azzera anche localmente), nella misura prelevata da ogni comparto di fornitori d’energia è ridato ad essi, ma in proporzione al fatturato (nell’F24 della CT).
Essenziale, per i controlli incrociati tra pari, è la pubblicazione, per tipo d’energia fornita e per fornitore, del fatturato d’energia e del consumo di ogni tipo di FEM.
2.a. I soggetti economici utilizzatori d’energia già abilitati all’ETS e già suddivisi per codice NACE (tipo attività economica), sono gravati da una Tassa Energia (TE) pari al 50/175*100=29 % del costo dell’energia acquistata, il cui gettito entro il gruppo NACE è ridato ai soggetti di pari codice NACE in proporzione al Valore Aggiunto prodotto (nell’F24 della TE).
Essenziale, per i controlli incrociati tra pari, è la pubblicazione, per codice NACE e per utilizzatore, dei costi annui d’energia acquistata e del Valore Aggiunto prodotto.
2.b. I soggetti economici non fornitori d'energia commerciale, anche se non abilitati all’ETS, se raggruppati per codice NACE, possono avere restituito il gettito della TE raccolta entro il loro gruppo NACE, ma in proporzione al Valore Aggiunto prodotto. Con le modalità di (5.2.a.).
2.c. Gli altri utenti (generici) d’energia sono gravati dalla stessa TE, ma il gettito da essi prelevato tramite i fornitori (da 6 a 24 G€/a) è anticipatamente distribuito in parti uguali (da 100 a 400 €/a_a_testa) tra i residenti anagrafici in Italia.
3. I fornitori di “macchine” (i tipi con consumi energetici rilevanti per il PIL) sono suddivisi per tipo di “macchina”, con consumo energetico medio certificato (in €) durante la vita utile standard.
Per i singoli modelli di ogni tipo di macchina al momento della vendita (o ristrutturazione) è riconosciuto il 20 % del consumo energetico medio di quel tipo durante la vita utile standard ed addebitato il 20 % del consumo atteso certificato per quel modello.
In tutte cinque le applicazioni della PED nazionale i soggetti decisori
[del comparto, o del gruppo NACE, o generici, o costruttori concorrenti]
che sono titolari di prestazioni medie
[(tCO2 / €_fatturato), (costo_energia / VA), (spesa_annuale_energia), (costo_energia_in_vita_utile)]
non hanno riduzioni, né aumenti di disponibilità economica annuale.

I soggetti che consumano (o fanno consumare) più energia (o più FEM) della media dei loro diretti concorrenti, sono invece penalizzati in proporzione allo scostamento dalla media, con vantaggio speculare per i concorrenti che consumano (o fanno consumare) meno della media.

Questo è il meccanismo con cui la PED stimola lo sviluppo tecnologico e di costume necessario per portare l’Italia all’autonomia energetica entro il 2050 e non deve prevedere eccezioni.
Lo stimolo, uguale per fornitori ed utilizzatori d’energia commerciale, risulta equivalente ad una carbon tax di 200 €/tCO2, ma senza effetti inflazionistici e/o depressivi, nemmeno microeconomici.
Pertanto la PED può sostituire, ma anche affiancare, politiche energetiche sovranazionali.
Lo stimolo iniziale (100 €/tCO2) può essere modulato per aumentare e mantenere la velocità con cui il sistema energetico dell’Italia evolve verso l’autonomia. E non è mai da ridurre.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PIL energia

permalink | inviato da ggavioli il 24/9/2014 alle 6:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


18 settembre 2014

3_Politiche Energetiche attuali

Riporto da
http://ecodembologna.wordpress.com/
Il terzo post della trattazione sistematica dei temi fondanti di questo blog e qui trattati a partire dal 2009 (09/06, 11/06, 26/06, 31/07)
----------------

Per indirizzare fornitori ed utilizzatori d’energia commerciale verso un’economia a minor intensità d’emissione di CO2 (tCO2/M€) è ora in campo un mix di Politiche Energetiche di seguito brevemente illustrate. Ma sono usate timidamente, a causa degli effetti collaterali negativi.

1 Sovvenzioni pubbliche alle applicazioni certificate di FER ed Efficienza
Si sovvenziona l'acquisto di determinate tecnologie di produzione o d'uso d'energia da parte di utenti finali, per accelerare la loro applicazione, ma diluendo la sovvenzione fino a 30 anni.
Ai fini macroeconomici non è rilevante se la sovvenzione è data nella presunzione d'uso della tecnologia, o in base alla contabilizzazione del suo effettivo uso.
Talune tecnologie mostrano invero una significativa curva d'apprendimento, per cui i loro costi per unità di potenza erogata risultano decrescenti al crescere della potenza globalmente installata.
Però la sovvenzione è calcolata per compensare i maggiori costi sopportati da chi acquista le tecnologie (dato microeconomico), non per il valore macroeconomico della riduzione del consumo d'energia commerciale o delle FEM.
Così, per anni non si sono aiutate tecnologie più convenienti come la cogenerazione, o il solare termico, o l'eolico, con la giustificazione che, con alti prezzi dell'energia, ormai si autofinanziavano.
Si ricorda poi che invece così, per molto tempo, si sono sovvenzionati di più i costi di smaltimento di rifiuti urbani ed industriali che la riduzione effettiva dell'inquinamento.
In definitiva pare che l'aiuto a particolari tecnologie si decida ascoltando lobby interessate, più che valutando l'effettiva convenienza macroeconomica degli interventi.
E le sovvenzioni le pagano gli utenti d'energia, o i bilanci pubblici, che è lo stesso.
Tali politiche di sovvenzione a particolari tecnologie e non ai loro esiti macroeconomici, hanno anche il difetto d'origine che le tecnologie sono validate da tecnici-burocrati, con i lunghi tempi della politica e della burocrazia, con pesanti costi burocratici anche per il controllo del buon esito delle sovvenzioni e con probabile corruzione (attirata dalle complicazioni).
In definitiva, anche se i decisori politici individuassero tempestivamente le tecnologie che più conviene sovvenzionare (e non lo fanno), le stesse tecnologie risulterebbero più costose per la necessità di controlli pubblici, assai più complicati che per la Carbon Tax compensata.
E con maggior spinta inflazionistica.

2 Sovvenzioni pubbliche a ricerca, sviluppo e dimostrativi per FER ed Efficienza
Si vuol così testare nuove tecnologie energetiche ed anticiparne l'applicazione futura.
La rendicontazione delle varie fasi contrattuali di messa a punto di una nuova tecnologia è però verificata da tecnici ministeriali ed i pagamenti previsti in corso d'opera sono fatti con ritardi di anni.
Spesso ciò rende più oneroso e lento avviare una nuova tecnologia con l'aiuto di Stato rispetto a farlo in autonomia. E la quota di insuccessi di tali contratti risulta irragionevolmente elevata.
In verità crea molta più riduzione delle FEM a pari costo pubblico:
- la libera ricerca universitaria e para universitaria con valutazione incrociata, a cui andrebbe almeno l'1% del PIL a fondo perduto;
- il puro riconoscimento dell'effettivo calo delle FEM a pari servizi finali forniti.
Nel campo della ricerca energetica l'intervento di controllo della burocrazia statale si risolve in un consistente maggior costo degli esiti positivi ed in un significativo ritardo degli stessi.
Le ore di lavoro tecnico impiegate a produrre e verificare relazioni ufficiali sono infatti tutte tolte all'effettivo sviluppo e perfezionamento delle nuove tecnologie.

3 Certificati Bianchi ed Emission Trading System
Gli Stati dell'Unione Europea fin dal 2007 hanno concordato un piano di riduzione dell'emissio-ne di gas ad effetto serra (principalmente CO2) con traguardi al 2020, 2030, 2050.
Per rendere fattibile l'obbiettivo finale principale di ridurre dell'80 % l'emissione di CO2eq del 2005, si sono inoltre concordati aumenti consistenti dell'efficienza nell'uso dell'energia e della quota parte di FER per produrla. Da ciò un contingentamento anno per anno in ciascuno Stato delle emissioni as-solute di CO2eq e corrispondenti obbiettivi di aumento dell'efficienza energetica finale.
L'ETS e la possibilità di commercializzare i Titoli di Efficienza Energetica (TEE) nascono dalla possibilità che, rispetto al 2005, ogni operatore economico riduca man mano le emissioni e/o l'inefficienza.
Si è ritenuto opportuno che chi riduce di più CO2 e inefficienza rispetto al consentito possa rivendere diritti d'emissione (EUEA) e TEE a chi non ci riesce e che il prezzo sia dettato dal confronto tra domanda e offerta su apposite piattaforme di transazione. Ciò dovrebbe accelerare le migliorie tecnologiche più convenienti e quindi ridurre il costo per ridurre l'emissione di CO2.
Ma burocratizzazione, eccezioni, formalismi (con elusione facilitata dalle complicazioni) ed il prelievo parafiscale dello Stato che mette all'asta parte della possibilità di emissione dal suo territorio, provocano consistenti aumenti dei costi tecnici di riduzione dell'emissione di CO2 nella produzione d'energia e riducono la convenienza tecnica dell'aumento dell'efficienza.
Ne consegue che, rispetto a territori extraeuropei che non hanno obbiettivi di riduzione delle emissioni, i prodotti europei perdono comunque di competitività, aumentando il rischio di delocalizzazione delle produzioni, specie quelle energivore. D'altro canto entro il territorio nazionale tale quadro normativo provoca aumento del costo medio dell'energia e quindi dei prodotti manifatturieri, specie quelli con più difficoltà a migliorare l'efficienza (di produzione e d'uso).

4 Carbon Tax
Per passare rapidamente dalle FEM alle FER, la CT deve essere > 300 €/tCO2 ed essere ap-plicata a tutte le forniture di energia al mercato italiano sul potenziale di CO2 delle FEM usate, ovunque estratte. Valori più bassi della CT sono inizialmente accettabili e sono semplicemente già in grado di far avviare le più convenienti tecnologie di decarbonatazione dell’energia.
Certo ciò aumenta la pressione fiscale. Per CT=100 €/tCO2:  100*0,5 GtCO2 = 50 G€/a
Così crescerebbe del 30 % il costo dell’energia commerciale, con evidente svantaggio competitivo con l’estero e con effetti recessivi.
Però, diversamente da quanto fatto finora, la CT può e dovrebbe essere compensata del tutto, reimmettendone il gettito nella circolazione monetaria in Italia, in tre modi alternativi.
4.a. O abolendo tasse inefficienti (es. accise e altre tasse sull’energia) e restituendo il resto del gettito ai fornitori d’energia, ma in proporzione al fatturato dell'energia fornita agli utenti in Italia.
4.b. O tagliando le tasse sui redditi fino a ridurre il gettito irpef di 50 G€/a.
4.c. O dando un aiuto economico ad ogni residente in Italia (di 50.000/60 = 833 €/anno).
Ogni opzione di compensazione della CT per definizione tiene in equilibrio il bilancio statale allargato, ma gli effetti macroeconomici e microeconomici sono assai diversi.

L’opzione 4.a. mantiene costante l’attuale carico fiscale sul settore energia, indirizza i fornitori ad usare più FER e meno FEM e non modifica il prezzo medio dell’energia commerciale.
Così però la CT non stimola gli utenti ad usare beni durevoli aventi maggior efficienza energetica.
Mentre l’aumento dell’efficienza anche soggettivamente è assai più conveniente del solo passaggio da FEM a FER, con una differenza media da +100 a –300 €/tCO2; cioè 400 €/tCO2.

L’opzione 4.b. (es. aumento del limite di reddito esente da irpef) stimola l’aumento d’efficienza tramite aumento del costo dell’energia (solo di quella ricavata da FEM).
Gli utenti possono usare il risparmio fiscale semplicemente per compensare i maggiori costi medi del kWh (elettrico e termico), oppure per ammortizzare beni durevoli più efficienti e quindi risparmiare energia a pari servizi ottenuti (la scelta più conveniente).
Tuttavia questa opzione comporta consistente inflazione ed attuale rischio recessivo.

L’opzione 4.c. (i residenti risultano in anagrafe) ha gli stessi effetti macroeconomici negativi della opzione 4.b., ma distribuisce su più ampia platea il 3 % del PIL e così stimola di più i consumi.

In generale l’inefficienza delle quattro politiche energetiche attuali innesca inflazione, che in questa congiuntura economica diventa depressione.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PIL energia tasse sovvenzioni

permalink | inviato da ggavioli il 18/9/2014 alle 10:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


13 settembre 2014

2_Energia e PIL

Riporto da
http://ecodembologna.wordpress.com/
Il secondo post d'una trattazione sistematica dei temi fondanti di questo blog e qui trattati a partire dal 2009 (09/06, 11/06, 26/06, 31/07)
----------------
Per ogni intervento che riduce le emissioni di CO2, cala il consumo di FEM e relativo costo annuo, ma cresce l’ammortamento degli investimenti. Per  “potenziale economico” si intende il costo microeconomico specifico dell'intervento, calcolato come:
(maggior ammortamento investimento – minor acquisto di combustibili) / (t/a di CO2 evitata)

Già dalle prime crisi petrolifere di 40 anni fa l’Italia avrebbe dovuto affrancarsi dalla sua forte dipendenza da fonti energetiche estere (ora l’80 % e tutte minerali), ma questo obbiettivo non è mai stato seriamente perseguito dalla Politica Energetica nazionale.
Ora, per impegni internazionali presi, prima del 2050 (in meno di 40 anni) bisogna ridurre dell’80 % la emissione di GHG del 2005 dall’Italia (MtCO2/a: 506 nel 1990, 536 nel 2005, 458 nel 2011).
Ridurre almeno del 2 %/a l’emissione di CO2eq del 2005 dal territorio italiano è un preciso obbiettivo dell’Economia Verde “EV” in tema d’energia.
Se l’emissione italiana di CO2 del 2011 si riduce del 2 %/a per 40 anni si ha certamente:
– Miglioramento della bilancia commerciale italiana di circa 1,5 G€/a durante 40 anni di evoluzione tecnologica, fino ad evitare l’acquisto di fonti energetiche minerali all’estero (ora circa 60 G€/a),
– Uguale riduzione dei costi energetici in termini macroeconomici con aumento del PIL,
– Aumenta l’ammortamento per gli investimenti (circa 2 G€/a crescente fino a 80 - 120 G€/a) in efficienza ed energie rinnovabili per mantenere lo stesso livello di servizi finali.
– Ne segue una spinta espansiva diretta (da 3,5 G€/a=0,23 % del PIL; fino al 9 % del PIL), con una espansione inerziale del PIL reale > 0,7 %/a e fino al 30 % in 40 anni.
– Tale aumento del PIL rispetto al trend BAU si produce prevalentemente con risorse umane utilizzate in Italia, quindi stimolando un vero aumento dell’occupazione.
Così, a pari servizi finali resi, per l’Italia ridurre di una tonnellata/anno di CO2 la dipendenza da fonti energetiche minerali estere mediamente vale, in termini macroeconomici:
(3,5 G€/a) / (0,01 GtCO2/a) = 350 €/tCO2
Ma si valuta che un aumento della CO2 con effetto serra di 4 °C ridurrebbe il PIL mondiale del 2050
di circa 200 €/tCO2.
In definitiva per l’Italia il beneficio macroeconomico da riduzione dell’uso di FEM vale:
550 €/a di PIL in più, per ogni t/a di CO2 in meno rispetto al trend BAU.

Quindi, riducendo la CO2 da FEM di 10 MtCO2/a a pari servizi resi, il PIL aumenta direttamente di 5,5 G€/a (per inerzia 16 G€/a). Se poi ci si chiede dove si trovano le risorse economiche occorrenti per le tecnologie tipiche dell’Economia Verde, si ricorda che da alcuni anni i depositi bancari italiani inutilizzati superano i 1000 G€.
Occorre però convincere i risparmiatori ad investire 1 G€/a dei loro depositi bancari per poter ottenere, usando meno energia, i servizi che già loro richiedono.
Invece essi trovano più comodo acquistare l’energia al momento del bisogno piuttosto che fare investimenti in beni durevoli più efficienti.
Anche se ogni utilizzatore di energia commerciale guadagnerebbe a medio termine circa 100 € per ogni t di CO2 evitata con l’efficienza.
Bisogna poi convincere i fornitori d’energia a produrla usando meno fonti energetiche minerali estere e più rinnovabili italiane (spendendo 1 G€/a dei loro depositi bancari).
Ora produrre l’energia da FER costa infatti da 100 a 500 € in più per ogni tCO2 evitata; circa il 130 % di quella da FEM.

In definitiva risulta quindi un palese contrasto tra:
– Beneficio Macroeconomico Pubblico nel sostituire le FEM con FER + efficienza
(Beneficio medio macro 550 €/tCO2)
– Costo Microeconomico soggettivo per utilizzatori e fornitori d’energia commerciale
(Costo medio micro (300-100)/2=100 €/tCO2).

La Rappresentanza Politica della collettività territoriale deve risolvere il contrasto micro/macro a favore del Pubblico Interesse, che ora certamente comprende l’aumento del PIL.
Ma le Politiche Energetiche attuali e proposte non sono tutte uguali per efficacia ed effetti sul PIL.
L’efficacia si misura col rapporto tra riduzione dell’emissione di CO2 e costo erariale.
Gli effetti sul PIL si misurano col rapporto tra riduzione della CO2 ed aumento del PIL.

Tuttavia qualunque politica energetica efficace (cioè che di fatto colga i risultati attesi a lungo, medio e breve termine) è comunque meglio in termini macroeconomici (per il PIL) di nessuna politica energetica efficace.
Infatti, anche se il costo microeconomico medio della riduzione della CO2 raddoppiasse (da 100 a 200 € per ogni tCO2 evitata), il beneficio macroeconomico per il PIL dell'Italia (550 € per ogni tCO2 evitata) si può usare per bilanciare tali difetti.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. PIL energia

permalink | inviato da ggavioli il 13/9/2014 alle 15:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 agosto 2013

Bisogna cominciare a discutere seriamente

I 12.000 visitatori di questo blog nel 2009 ed i 2000 nel 2013 non hanno ancora ritenuto opportuno commentare, criticare, fare domande, proporre alternative, o approvare quanto da me scritto.

Mi sembra strano che, nell'attuale congiuntura economica, passi sotto silenzio una proposta che, rispetto alle usuali politiche, per l'Italia prevede sinteticamente questi risultati a breve e lungo termine:

Da 40 anni all’Italia serve una Politica Energetica che eviti una dipendenza da fonti energetiche estere che ora costa il 5 % del PIL.
Nei prossimi 40 anni bisogna ridurre dell’80 % l’emissione di CO2eq del 2005.
Sono definiti i fondamenti tipici della Politica Energetica Differenziale “PED” nazionale, che supera espressamente alcune politiche fiscali e parafiscali nazionali, ma che può operare in parallelo ad altre politiche energetiche (es. ETS) (pur rendendole superflue).
Gli interventi principali della PED per l'Italia sono:

Primo intervento
La PED dà stimoli che hanno effetto solo all’interno di ambiti di soggetti decisori con pari opportunità tecnologiche, per ridurre il consumo di FEM per fornire energia sul mercato, i costi energetici dei servizi delle “Macchine” fornite e la spesa energetica per produrre beni o servizi.
La PED stimola i decisori di ciascun “ambito a pari opportunità” ad uniformare le proprie prestazioni energetiche a quelle che di fatto risultano le migliori in quell’ambito.
La Tassa sugli Acquisti Generici di Energia “TAGE”, ridistribuita prima di essere prelevata, stimola equamente gli acquirenti generici dei vettori energetici disponibili in commercio ad usarli con più efficienza e moderazione.
La PED stimola di più i soggetti decisori (economici, consumatori e pubblici) degli ambiti con maggior convenienza economica media a fare scelte che riducono del 2 %/a l’emissione italiana 2005 di CO2eq.
In termini macroeconomici, con la PED si ha:
PIL = PIL(BAU) + (progressione lineare in 40 anni) da 30 a 1800 G€(2010)/a

Secondo intervento
La PED elimina tutte le tasse periodiche sui beni durevoli e suddivide il loro gettito tra tassa sull’energia da FEM e tassa sui servizi essenziali comunali. Ciò riduce molto, sia gli adempimenti periodici dei contribuenti, sia il costo burocratico del prelievo fiscale.
Ne consegue, entro cinque anni; PIL = PIL(BAU) + 20 G€(2010)/a.

Terzo intervento
La PED elimina l’attuale spesa (oltre 15 G€(2010)/a) della PA e degli utenti per incentivare energie alternative, o tecnologie efficienti e per esentare alcuni soggetti da tasse sull’energia.
----------------------------------

Questo post di oggi è quindi un appello a discutere almeno i miei interventi di questo agosto 2013.
Si veda anche il mio post del 12/10/2009 della rubrica diario.
Oltre che su questo blog, mi si può contattare via e-mail.
gabrielegavioli@tin.it           


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. pil energia

permalink | inviato da ggavioli il 19/8/2013 alle 15:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


18 maggio 2009

Perché e come deve cambiare la politica energetica in Italia

Perché deve cambiare la Politica Energetica
Fondamentalmente, vi sono due tipi assai diversi di politica di gestione delle tecnologie di produzione ed uso dell'energia:
La prima che promuove alcune tecnologie e ne boccia altre.
La seconda che promuove strettamente: riduzione dell'energia a pari servizi finali resi e riduzione della CO2 emessa a pari energia fornita.
Ho sempre considerato scorretto il primo tipo di intervento politico (vedi i miei interventi dal 2005), in quanto favorisce lobby tecnologiche anche ingiustificate ed è gestibile solo con controlli burocratici costosi ed inefficienti.
Il secondo tipo di intervento politico si deve però tradurre in regole facili da applicare e possibilmente automatiche.

Quanto sia pericolosa la politica che identifica le tecnologie da promuovere, si vede dalla scelta dell'opzione nucleare fatta decidendo l'accettabilità dei costi e dei rischi con  "tecnici di dicastero" o "consulenti scelti dal governo", che non hanno mai avuto a che fare, né con ricerca e produzione elettro-nucleare, né con la gestione del rischio entro 50 km da una centrale elettrica nucleare.
La sua pericolosità è poi già dimostrata se si deve militarizzare la materia per ottenere i primi MWh nucleari entro10 anni .
Speculare è l'eccessiva incentivazione del fotovoltaico rispetto ad altre tecnologie che, con minori investimenti, possono produrre la stessa energia elettrica, ma con meno anidride carbonica emessa per MWh prodotti nell'arco di vita tecnica.

Un esempio classico di politica che controlla solo i risultati pratici ottenuti è la "carbon tax".
In termini semplici comporta l'azzeramento di ogni sostegno pubblico a qualunque tipo di fonte energetica (fossile, o rinnovabile, senza eccezioni) e l'applicazione di una tassa proporzionale alla quantità di carbonio trasformato in CO2, qualunque sia lo scopo.
Quindi la "carbon tax" non riguarda solo la produzione d'energia elettrica e di combustibili commerciali, ma anche i prodotti industriali ed i servizi, anche autogestiti, se comportano consumi di energia elettrica o combustibili commerciali.

A ragione si distingue il carbonio fossile da quello reso disponibile da una biomassa cresciuta al sole di recente.
Quindi la carbon tax classica si applica solo alle fonti energetiche fossili (carbone, petrolio, gas naturale) e prima d'ogni trasformazione, cioè alla fonte. Tali fonti non sfuggono al controllo, in quanto i flussi dei prodotti energetici già ora sono monitorati per le accise, anche per i soggetti esenti.
Così il controllo non ha costi burocratici nuovi, anzi sono più semplici di quelli per le accise.
Molti ritengono che, se si penalizza l'uso del carbonio fossile, sia ragionevole prevedere un premio corrispondente per il carbonio recuperato fissando l'anidride carbonica atmosferica (o prodotta da combustione) in forme stabili quanto il carbonio fossile.
Esistono già valutazioni piuttosto concordi sul livello di carbon tax (in €/tC o €/tCO2) necessario per ottenere un determinato tasso di riduzione dell'emissione annua di anidride carbonica per cause antropiche.
Peraltro fin dal 2003, ricerche condotte in ENEA (F. Gracceva, M. Contaldi) con specifici modelli macroeconomici mostrano che la Carbon Tax, a pari riduzione della CO2 a regime, induce meno recessione dei Certificati Verdi e Certificati Bianchi.
Che sono anche ben più complicati da gestire.

Gli organismi tecnici della UE (SEC(2008) 85) hanno valutato tra 50 e 200 €/tCO2 la carbon tax necessaria per stimolare il cambiamento tecnologico chiesto dalla UE entro il 2020.
Con l'attuale emissione italiana di circa 520 MtCO2 da fonti fossili, una carbon tax di 100 €/tCO2 comporta però un aumento di tasse di 52.000 M€/a; circa il 3 % del PIL.
L'effetto recessivo è anche dovuto all'aumento del prezzo medio dell'energia commerciale in Italia almeno del 40 % (nel 2006 valeva circa 120.000 M€), che metterebbe in difficoltà tutti gli utilizzatori.
Come ribadito dalla IEA in WEO2006 e WEO2008, il costo per aumentare l'efficienza energetica dei servizi finali resi alla popolazione è molto minore di quello per avere una nuova fornitura di energia pari a quella risparmiata con l'efficienza.
Pur notando che il bilancio mondiale di tale cambiamento tecnologico sarebbe comunque positivo, la IEA afferma che esso è rallentato da ingiustificate resistenze psicologiche, che possono e devono essere superate da una robusta ed efficace Politica Energetica.
Per l'Italia poi, se i costi delle tecnologie a basso uso di fossili fossero anche solo uguali alle tecnologie usuali, all'acquisto obbligato di fonti energetiche all'estero si sostituirebbe un acquisto di pari importo di tecnologie innovative all'interno, con ovvio aumento del PIL.

Non basta però affermare che tale innovazione tecnologica è sostenibile e, specialmente per l'Italia, perfino favorevole allo sviluppo economico interno ed alla bilancia dei pagamenti.
Il dibattito sulla sostenibilità delle tecnologie energetiche deve avvenire di fronte a tutti, ma tra chi, ora, di fatto, le fornisce, o le usa, o quanto meno vi fa ricerca vera.
Invece il dibattito sulla sostenibilità delle politiche di promozione dell'innovazione è il campo proprio dei partiti politici.
Un partito politico deve proporre una Politica Energetica realmente capace di stimolare l'innovazione necessaria a ridurre l'emissione nazionale di CO2.
Ma tale politica non deve produrre aumento di carico fiscale e recessione, che sono gli effetti collaterali tipici di carbon tax, certificati verdi e bianchi.

Come deve essere una Politica Energetica nuova.
Invero tutti gli effetti collaterali inflattivi e recessivi delle politiche energetiche attuali, possono essere non solo bilanciati, ma perfino radicalmente evitati con una politica energetica semplice, che non renda giustificabili aumenti dei prezzi dell'energia e dei servizi finali alla popolazione.
La riduzione dell'energia impiegata per produrre gli stessi servizi e della quantità di carbonio fossile impiegato a pari energia fornita, deve essere stimolata con la stessa efficacia della C.T.
La politica energetica qui proposta coinvolge i soggetti economici fornitori di energia, di beni e di servizi, provocando tra loro un'evidente concorrenza nell'efficienza di trasformazione, senza dare o togliere risorse economiche a nessun gruppo di concorrenti noti.

Sul primo numero del 2008 di Ceramica Acta, organo ufficiale del Centro Ceramico di Bologna, ho illustrato obbiettivi ed architettura della mia proposta di nuova politica energetica.
Avendo già illustrato le caratteristiche necessarie, qui mi limito ad esporre la sequenza di interventi prevista per attuare tale politica energetica, che dovrebbe sostituire tutti gli incentivi, tutte le tasse e tutti i controlli pubblici sull'energia in pochi anni.

FASE 1
Abolizione delle accise su tutti i prodotti energetici venduti in Italia.
L'introito erariale corrispondente, circa 30.000 M€/anno, viene recuperato applicando alla fonte, o all'importazione, una carbon tax inesentabile di circa 60 €/tCO2 per le fonti fossili usate.
Tale cambio di tassazione poco cambia per gli acquirenti dei vettori energetici commerciali, ma mette i fornitori in concorrenza sull'efficienza e rende automatica la riduzione delle tasse quando si riduce l'emissione nazionale di CO2.
Riduzione che avviene perché la scelta degli utenti si sposta spontaneamente verso i mix disponibili di vettori intercambiabili a minor uso di carbonio fossile.
Gli accordi europei non dovrebbero impedire tale modifica fiscale, né le modifiche parafiscali di seguito illustrate.
Dovrebbe essere rilevante solo l'effettivo rispetto del calendario di riduzione dell'emissione di CO2 e dei consumi energetici in Italia, comunque siano le norme nazionali.
La politica energetica proposta si svolge in altre 4 fasi, in più o meno rapida successione.

FASE 2
Azzeramento di ogni sostegno pubblico alle fonti energetiche fossili ed azzeramento di ogni nuovo sostegno pubblico allo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili o di tecnologie per ottenere servizi finali con maggior efficienza energetica.

FASE 3
I fornitori di vettori energetici commerciali (solidi, liquidi, gassosi ed energia elettrica), perfettamente noti all'erario circa le quantità vendute e le fonti usate, sono  divisi in quattro gruppi obbligatori di concorrenti noti, ciascuno censito in chiaro sul rapporto:
Intensità Carbonica dell'Energia = ICE
= (tCO2 da fonti fossili)/(MWh d'energia fornita)
Per ogni gruppo di concorrenti noti risulta ogni anno un valore medio corrente di ICE  tCO2/MWh.
I componenti del gruppo che hanno ICE maggiore della media nota pagano l'eccesso di carbonio fossile e quelli sotto la media sono premiati per il risparmio di carbonio, ad un "prezzo unico nazionale di scambio CO2" (punC = 20 €/tCO2 inizialmente), che può solo crescere , ma solo in caso di ritardo sul calendario di riduzione dell'emissione di CO2 nazionale.
Tutti i membri noti del gruppo di concorrenti sono esentati dall'emission trading, ma non dalla carbon tax definita in FASE 1.
L'esenzione dall'emission trading comporta un evidente vantaggio per la bilancia dei pagamenti, come pure per gli utenti dei vettori energetici.
Nessuno gli potrà aumentare il costo medio dell'energia con la scusa di nuove tasse per la CO2 da fossili.
Infatti non ci sono nuove tasse.

FASE 4
I soggetti economici fornitori di beni e servizi, che usano beni strumentali e vettori d'energia per realizzare quanto forniscono, sono esentati dall'emission trading e dalla carbon tax prevista per gli acquirenti generici d'energia (FASE  5), se volontariamente formano gruppi di concorrenti noti (definiti dal tipo di bene o servizio fornito - circa 200) all'interno di ognuno dei quali, essendo noti all'erario i corrispettivi ricevuti e pagati con fatture e ricevute fiscali da ciascun componente, è facile definire, per un anno:
A) Anidride carbonica associata all'energia utilizzata, in base ai valori medi nazionali correnti dei quattro tipi di vettori energetici usabili
B) Differenza tra tutti i corrispettivi ricevuti e quelli pagati (Valore Aggiunto)

Quindi si definisce per ogni gruppo di concorrenti e per ogni suo componente il rapporto:
Intensità Carbonica del Valore Aggiunto corrente = ICVA = A/B   tCO2/M€.
I componenti del gruppo che hanno ICVA maggiore della media nota pagano l'eccesso di carbonio fossile e quelli sotto la media sono premiati per il risparmio, al prezzo del "punC".
La gestione ordinaria dei gruppi di concorrenti noti è lasciata ai promotori; generalmente le associazioni imprenditoriali specifiche.
La P.A. esegue solo controlli a campione.
Ciò comporta un evidente vantaggio per gli acquirenti dei beni e servizi, a cui nessuno potrà aumentare il costo medio di beni e servizi, in quanto mediamente non ci sono nuove tasse sulla CO2 da fossili. Passando alla FASE 4 si aumenta il tasso annuo di riduzione dell'emissione di CO2 dall'Italia senza aumentare il punC.

FASE 5
Sono definiti "acquirenti generici d'energia" le persone fisiche con reddito proprio ed i soggetti economici non coinvolti nella FASE 4.
Ogni anno a livello nazionale viene valutata l'anidride carbonica associata all'energia consumata dagli acquirenti generici come differenza tra la totalità e quella associata ai consumi d'energia dei gruppi di concorrenti noti.
Ogni anno a livello nazionale si valutano per via statistica come "persone a carico degli acquirenti generici" tutte le persone domiciliate in Italia e tutti i "lavoratori a tempo pieno equivalenti" dichiarati dipendenti da soggetti economici noti, ma non coinvolti in FASE 4.
Ogni anno è quindi definita la media nazionale di CO2 associata ad ogni persona a carico degli acquirenti generici (tCO2/persona/anno).
Non servono indagini sui comportamenti dei singoli acquirenti generici e ad inizio d'anno è riconosciuta ad ogni acquirente generico un'equa sovvenzione così calcolata:
(persone a carico) * (media nazionale tCO2/persona/anno) * punC
I fornitori, quando forniscono vettori energetici ad "acquirenti generici d'energia", aggiungono al prezzo del vettore un'addizionale (in €/MWh) calcolata come:
(media nazionale annuale di CO2 tipica dell'energia fornita  tCO2/MWh) * punC
Quindi nessun nuovo carico fiscale grava in media sugli acquirenti generici, che sono però equamente stimolati a ridurre i consumi d'energia nelle diverse attività di loro interesse, come fossero un gruppo di concorrenti noti.

Attuare rapidamente tutte le cinque fasi della politica energetica proposta in questa nota permette di stimolare equamente tutti i fornitori e tutti gli utilizzatori di energia, con una intensità equivalente ad una
carbon tax = (carbon tax di FASE 1) + 2 * punC
E' come applicare da subito una carbon tax classica di 100 €/tCO2.
Però senza controindicazioni macroeconomiche.

Però, diversamente dalla carbon tax, nessuna di tali fasi comporta aumento del prelievo fiscale e dell'inflazione, né causa recessione, o costi burocratici significativi.
Questo tipo di politica energetica è applicabile in qualunque ambito merceologico e territoriale noto, senza alcuno svantaggio competitivo negli scambi commerciali con altri ambiti territoriali.
Anche a livello comunale e regionale gli spazi di manovra gestibili con i criteri analoghi sono molto maggiori di quanto generalmente si creda.

Solo se le suddette 5 fasi di politica energetica non creano entro due anni il richiesto tasso di riduzione della CO2 atmosferica da fossili (circa il 2 %/anno), o poi non lo mantengono, si aumenta (proporzionalmente al rapporto tra tasso voluto e tasso effettivo) il valore del "punC", aumentando lo stimolo efficace senza effetti collaterali negativi.
La discussione delle scelte sottostanti alla regolamentazione semplificata qui proposta è esposta nelle mie relazioni più estese.
Queste illustrano anche le condizioni per rispettare l'equità internazionale e sono disponibili previa pubblica discussione di questa nota.


sfoglia     aprile        giugno