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19 agosto 2016

Riavvio della discussione

Dopo due anni dalle pubblicazioni sui blog "ConcorrenzaEnergetica" e "EcodemBologna", ripropongo le Politiche di Stimolo Differenziale [PSD], che compongono la Politica Differenziale Generale [PDG], che la Rappresentanza Politica Territoriale [RPT] può definire in autonomia, senza attendere ordini superiori. Dopo oltre cinque anni di recessione conclamata, perché non aprire finalmente in Italia una discussione pubblica sulla possibilità, tramite un'azione politica sui Soggetti Economici operanti sul territorio, di stimolare gli stessi a spendere il 2 % di PIL in più per migliorare quelle prestazioni (degli investimenti e delle spese correnti che hanno già deciso) che la RPT definisce di Pubblico Interesse. Infatti, anche se negli ultimi dieci anni si sono ridotti, gli investimenti privati sono circa il 20 % del PIL ed è difficile pensare che loro miglioramenti estesi e significativi non ne facciano lievitare i costi del 10 % (il 2 % del PIL). Oltre a non prevedere sovvenzioni pubbliche, né tassazione ad hoc, la PDG nemmeno chiede ai privati di certificare le tecnologie usate per ottenere le prestazioni misurabili definite di Pubblico Interesse. La mia proposta di PDG ovviamente si riferisce alla rubrica "base" del blog ConcorrenzaEnergetica, postata a giugno 2009. Svolgerò la mia proposta con la massima semplicià in EcodemBologna e nella rubrica "PDG 2016" di ConcorrenzaEnergetica. Spero davvero che finalmente parta la discussione, sui blog suddetti, o tramite la mia e-mail gabrielgavioli@tin.it


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3 giugno 2014

Legittime curiosità o domande cattive?

Solo di persona, o via e-mail, qualche amico mi ha chiesto:
Perché i politici, i sindacalisti e, a quanto pare, pure gli economisti, ritengono che lo Stato per far aumentare il PIL del 2 % può solo investire direttamente il 2 % del PIL, anche a rischio di creare deficit pubblico, o stampando moneta?
Perché, per non creare deficit e non potendo stampare moneta, l'unica strada che alcuni ritengono efficace è tassare i cittadini più ricchi per aiutare quelli più indigenti a spendere di più (e perché nessuno lo fa)?
Perché non si contempla la possibilità che sugli investimenti attuali (>>10 % del PIL) gli investitori siano costretti a fare investimenti di miglior qualità (ovviamente più costosi per oltre il 2 % del PIL), avendone comunque loro un maggior utile?
Quali sono gli effetti negativi sul PIL, o sull'equità sociale, dell'avvio di azioni compatibili con la Politica di Stimolo Differenziale generale (PSDg).
E' compatibile con la PSDg trasferire "a parità di bilancio pubblico" denaro dagli investimenti in borsa agli investimenti in fattori produttivi (aumentando le tasse sugli utili dei primi e calandole per i secondi)?
E' compatibile con la PSDg trasferire "a parità di bilancio pubblico" denaro dai guadagni ricavati dalla volatilità della borsa a quelli degli investimenti mantenuti per almeno un anno (aumentando le tasse sui primi e calandole sui secondi)?
Proprio nessuno mi aiuta a rispondere a queste curiosità, che mi sembrano legittime?
Gabriele Gavioli
gabrielegavioli@tin.it




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9 aprile 2014

Ritenete che questo blog sia mercantilista?

La visione mercantilistico-finanziaria dell'economia è quella che riduce sostanzialmente la definizione di benessere a quello economico, facendolo poi coincidere con un aumento annuo del PIL nazionale che superi l'inflazione del 2 % ed arriva perfino a definire investimenti gli accantonamenti finanziari ed a chiamare industria la gestione dei risparmi nei fondi comuni d'investimento.
La mia visione è leggermente più ampia e giustifica diversamente gli interventi pubblici nelle attività economiche.
Per convincere ogni dubbioso che la Politica di Stimolo Differenziale generale (PSDg) non ha come presupposto che la Pubblica Utilità coincida con l'aumento del PIL, penso sia sufficiente la lettura della rubrica "base" (qui postata da giugno a novembre 2009).
Nei post del 2014 ho fatto però notare che ad ogni "miglioramento delle prestazioni" dei beni durevoli corrisponde quasi sempre un aumento del costo dei beni stessi, cioè dell'investimento reale, che pure era già stato deciso nel suo scopo principale.
E' questa ineluttabile conseguenza che provoca l'aumento del PIL (dall'1 al 2 %/a, operando su investimenti al 10 % del PIL ), ma non può mettere in ombra il valore dei traguardi di Pubblica Utilità che si vogliono raggiungere con il "miglioramento delle prestazioni" dei beni fisici durevoli oggeto d'investimento.
A taluni "miglioramenti" corrisponde un aumento del valore di mercato delle prestazioni, che aumenta la redditività dell'investimento, quindi a questi "miglioramenti convenienti" si può prioritariamente orientare lo stimolo differenziale della PSDg in un periodo in cui il punto di vista meramente economico non mi pare trascurabile.




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9 marzo 2014

Il Lavoro delle Donne fa aumentare il PIL

In questi giorni ho riesaminato alcuni interventi giornalistici ed istituzionali pubbicati a partire dal 2009.

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/?id=3.0.3893015595
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-12-12/donne-lavoro-fanno-volare-063731.shtml?uuid=AbvRdEBH
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-03-07/meglio-essere-norvegesi-ocse-da-compiti-casa-governanti-la-giornata-donna--103647.shtml?uuid=ABpW6Q1
http://www.oecd.org/eco/surveys/italyoverview7may.pdf
http://www.businesscommunity.it/m/_Febbraio2013/cover/Bianco_Bankitalia_la_piena_occupazione_femminile_vale_il_7_del_Pil.php
http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-01-05/donne-mercato-lavoro-aiutare-063952.shtml?uuid=AaoCYtaE
http://www.oecd.org/italy/Closing%20the%20Gender%20Gap%20-%20Italy%20FINAL.pdf

Tali pubblicazioni affermano che un rapido aumento del lavoro femminile, specie di alto livello, faccia aumentare rapidamente il PIL altrimenti atteso.
Una disoccupazione delle donne > 40 % è quindi da considerare un Danno Pubblico da sanare.
Però molti politici ed economisti ritengono che, come ogni altra politica espansiva, ciò richieda interventi comunque a carico della finanza stale o locale, che poi comportano aumenti del carico fiscale generale.
In particolare, in presenza di vincoli, sia di equilibrio di bilancio, sia di divieto di aiuti di Stato, si ritiene poi che tutte le politiche espansive del PIL siano praticamente impedite dall'Europa.
E' però una problematica del tutto simile alla promozione del lavoro dipendente, come di qualunque altra risorsa disponibile in Italia e poco utilizzata.
Si tratta solo di orientare la concorrenza di soggetti già competitori, favorendo quelli che più usano la risorsa favorevole al PIL ed  in modo speculare penalizzando quelli che meno la usano.
La procedura di Politica di Stimolo Differenziale per l'occupazione femminile PD(LF) opera similmente alla PD(LD) delineata nel post del 28/02/2014.
Nei prossimi giorni presenterò la PD(LF), corredata da cifre affidabili estratte dai documenti citati.




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3 marzo 2014

Vorrei discutere di Politica per l'Occupazione

Continuo a registrare un imbarazzante silenzio come risposta ai miei post in questo blog. Pur con 21.200 letture ad oggi.
Tuttavia e fortunatamente, ma senza voler apparire sul blog, qualche lettore mi fa notare refusi ed imprecisioni nella mia presentazione.
Ovviamente procedo a correggerli, ma sarei più contento di ricevere contestazioni, stroncature, o consensi nel merito della Politica di Stimolo Differenziale generale "PSDg" che sto esponendo in questo 2014 e di cui certamente la PED == PD(Erg) è parte importante.

Sembra irrilevante che ad un soggetto economico sia offerta la possibilità di veder dimezzato per sempre l'aumento dell'incidenza del costo della risorsa umana rispetto ai suoi diretti concorrenti in Italia?
E che intanto chi invece volesse ridurre tale incidenza riducendo la forza lavoro alle sue dipendenze (magari usando false partite IVA), debba sborsare per sempre comunque la metà dell'atteso risparmio economico?

A me questa ipotesi d'intervento normativo pare invece decisiva e proviene dalla semplice applicazione a tempo indeterminato della Politica di Stimolo Differenziale dell'Occupazione del Lavoro Dipendente == PD(LD).
Mi sembra una radicale risposta alla prolungata crisi occupazionale (disoccupazione almeno tre volte quella fisiologica).
Risposta che peraltro non richiede risorse pubbliche, (quindi niente maggiori tasse), né comporta aumento dei costi medi di beni e servizi (quindi niente maggior inflazione).
Ne vogliamo discutere? Qualunque sede è buona.
gabrielegavioli@tin.it


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8 gennaio 2014

Urgenze 2014

All'inizio di questo 2014, non si può più continuare a sottovalutare i motivi strettamente economici per attuare l'Economia Verde.
E' ormai chiaro che per l'Italia serve che i privati facciano acquisti straordinari (non già previsti), che si traducano in aumento del PIL (almeno del 2 %/anno).
Cioè impieghi economici privati maggiori di almeno 30 miliardi di euro ogni anno sul precedente rispetto a quanto previsto dall'usuale andamento delle transazioni (BAU).
Ma ciò non deve far aumentare il carico fiscale (in percentuale sul PIL), nè aumentare la spesa pubblica assoluta, nè ridurre i servizi di pubblica utilità, od aumentare i loro costi per i consumatori.
Infatti ciascuna di queste eventualità comporta effetti recessivi e riduzione del gettito fiscale ordinario.
Dal 2008 nessuna delle politiche economiche/fiscali attuate, o promesse, riesce ad ottenere una tale espansione netta e reale del PIL. I macroeconomisti giustamente indicano che, per ottenere tale risultato, occorre:
1. L'effettiva disponibilità da parte dei consumatori delle risorse economiche da impiegare
2. La propensione dei consumatori ad impiegarle adesso, invece di accantonarle per il futuro

Nel prossimo post della rubrica "PSDg_2014", riferendomi a precedenti post di questo blog, mostrerò come un dosato avvio dell'Economia Verde (possibile senza controindicazioni solo usando la PED) possa garantire almeno un tale aumento annuale del PIL per oltre dieci anni.
La PED viene inserita in un più ampio quadro di analoghe di Politiche di Stimolo Differenziale all'uso ottimale di altre risorse (troppo intensamente o troppo poco usate), politiche validamente concorrenti ad evitare la dispersione di risorse macroeconomiche in ricorrenti emergenze nazionali per mancata resilienza a fenomeni naturali.




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1 dicembre 2013

La Politica Energetica Differenziale nei territori

Da oggi, ai 16666 visitatori del bolg,  mostro nella rubrica "PED_qui_ora" le immediate possibilità di avviare la PED in territori circoscritti con risultati che incidono significativamente sull'economia dei territori stessi.
Ricordo che a livello nazionale (30 - 90 Milioni di residenti), i risultati generali illustrati in "PED_IT_2050" sono legati al fatto che il territorio corrispondente importi il 70 - 90 % dell'energia utilizzata.
 Ovviamente è una condizione che non rispecchia la media globale degli Stati, che penalizza gli Stati con tecnologie BAU (usuali), ma che permette significative accelerazioni economiche  agli Stati che si staccano da tale condizione per avvicinarsi all'autonomia energetica.
Ad esempio in 40 anni.




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21 ottobre 2013

Aggiornamento e semplificazione

A partire da alcuni giorni, nella rubrica PED_IT_2050 sto postando la versione più recente e meglio organizzata della mia proposta di politica energetica capace di far sviluppare l'Economia Verde in Italia a livello nazionale, senza contraddire gli impegni internazionali già presi dal 2009 e senza provocare danni all'economia.
Naturalmente sono, a maggior ragione, sempre graditi commenti, critiche, plausi e stroncature.

Successivamente, nella rubrica PED_qui_ora posterò le attività di Politica Energetica Differenziale che comunque la Pubblica Amministrazione Locale può avviare subito a favore del territorio di competenza, rispettando le direttive europee e le leggi nazionali.
Vi assicuro che non è poco. Del resto tracce le potete trovare anche in PED_2009.

Gabriele Gavioli




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19 agosto 2013

Bisogna cominciare a discutere seriamente

I 12.000 visitatori di questo blog nel 2009 ed i 2000 nel 2013 non hanno ancora ritenuto opportuno commentare, criticare, fare domande, proporre alternative, o approvare quanto da me scritto.

Mi sembra strano che, nell'attuale congiuntura economica, passi sotto silenzio una proposta che, rispetto alle usuali politiche, per l'Italia prevede sinteticamente questi risultati a breve e lungo termine:

Da 40 anni all’Italia serve una Politica Energetica che eviti una dipendenza da fonti energetiche estere che ora costa il 5 % del PIL.
Nei prossimi 40 anni bisogna ridurre dell’80 % l’emissione di CO2eq del 2005.
Sono definiti i fondamenti tipici della Politica Energetica Differenziale “PED” nazionale, che supera espressamente alcune politiche fiscali e parafiscali nazionali, ma che può operare in parallelo ad altre politiche energetiche (es. ETS) (pur rendendole superflue).
Gli interventi principali della PED per l'Italia sono:

Primo intervento
La PED dà stimoli che hanno effetto solo all’interno di ambiti di soggetti decisori con pari opportunità tecnologiche, per ridurre il consumo di FEM per fornire energia sul mercato, i costi energetici dei servizi delle “Macchine” fornite e la spesa energetica per produrre beni o servizi.
La PED stimola i decisori di ciascun “ambito a pari opportunità” ad uniformare le proprie prestazioni energetiche a quelle che di fatto risultano le migliori in quell’ambito.
La Tassa sugli Acquisti Generici di Energia “TAGE”, ridistribuita prima di essere prelevata, stimola equamente gli acquirenti generici dei vettori energetici disponibili in commercio ad usarli con più efficienza e moderazione.
La PED stimola di più i soggetti decisori (economici, consumatori e pubblici) degli ambiti con maggior convenienza economica media a fare scelte che riducono del 2 %/a l’emissione italiana 2005 di CO2eq.
In termini macroeconomici, con la PED si ha:
PIL = PIL(BAU) + (progressione lineare in 40 anni) da 30 a 1800 G€(2010)/a

Secondo intervento
La PED elimina tutte le tasse periodiche sui beni durevoli e suddivide il loro gettito tra tassa sull’energia da FEM e tassa sui servizi essenziali comunali. Ciò riduce molto, sia gli adempimenti periodici dei contribuenti, sia il costo burocratico del prelievo fiscale.
Ne consegue, entro cinque anni; PIL = PIL(BAU) + 20 G€(2010)/a.

Terzo intervento
La PED elimina l’attuale spesa (oltre 15 G€(2010)/a) della PA e degli utenti per incentivare energie alternative, o tecnologie efficienti e per esentare alcuni soggetti da tasse sull’energia.
----------------------------------

Questo post di oggi è quindi un appello a discutere almeno i miei interventi di questo agosto 2013.
Si veda anche il mio post del 12/10/2009 della rubrica diario.
Oltre che su questo blog, mi si può contattare via e-mail.
gabrielegavioli@tin.it           


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30 ottobre 2009

Energie Rinnovabili invece di Controllo del Clima?

Ho trovato nel sito http://www.miniwatt.it , che generalmente riporta notizie attendibili su energie rinnovabili e cambiamenti climatici, un report su recenti affermazioni dell'economista danese Bjørn Lomborg, noto per il suo libro "The Skeptical Envoronmentalist", e cioè che:
 "a Copenaghen dovrebbero promuovere lo sviluppo delle energie che non comportano emissioni di CO2 - le cosiddette energie rinnovabili e la fusione nucleare - piuttosto che puntare sulla riduzione delle emissioni."
http://www.miniwatt.it/mw0909_Clima_Parere%20di%20Lomborg.htm
Forse 
www.miniwatt.it si riferisce ad alcuni recenti pareri pubblicati da Lomborg, ad esempio:
http://www.project-syndicate.org/commentary/lomborg40
http://www.project-syndicate.org/commentary/lomborg53
disponibili in una raccolta che sarebbe bene valutare nel complesso:
http://www.project-syndicate.org/contributor/759
Stando al report di http://www.miniwatt.it, Lomborg si basa su uno studio al quale hanno partecipato l’economista indiano Jagdish Bhagwati ed i premi Nobel per l’economia Vernon Smith, Finn Kydland e Thomas Schelling, invitati da Lomborg a studiare il problema.
Questi esperti di massimo profilo sono del parere che 100 miliardi di dollari all'anno per la ricerca da qui al 2100 dovrebbero essere sufficienti a combattere il cambiamento climatico con grande efficienza.
Questo studio pare esamini due opzioni per mantenere sotto i 2 °C l'aumento della temperatura terrestre nel 2100.
La prima opzione, basata sulla carbon tax indicata da Stern e sull'emission trading utilizzata dall'Unione Europea, comporterebbe una riduzione del 13 % del PIL tendenziale nel 2100, in quanto secondo Lomborg i cambi di tecnologie necessari, comportando progetti a lungo termine (20 - 30 anni), non sarebbero alla portata delle industrie terrestri senza sovvenzioni statali.
La seconda opzione e per Lomborg consigliabile, consisterebbe nella pura e semplice sovvenzione statale della ricerca su tecnologie capaci di tenere bassa la temperatura del mare anche con molta anidride carbonica nell'atmosfera (come le nebbie marine) e poi quelle per trasformare le fonti energetiche rinnovabili in energia commerciale ed infine la fusione nucleare.
In particolare sul commercio internazionale di diritti d'emissione il report riferisce che Lomborg direbbe:
“La politica preferisce il commercio con i diritti d’emissione, perché questo è una base meravigliosa per ogni genere di affari e accordi”. Nessun altro sistema consentirebbe così facilmente di favorire certi gruppi piuttosto che altri.

In base a questa sintesi della posizione di Lomborg, mi sembrano giuste alcune osservazioni e la proposta d'una terza opzione.
In primo luogo, per fare un bilancio di convenienza globale delle scelte politiche in materia d'energia bisogna chiarire di cosa si parla.
Ad esempio Lomborg dà per scontato (come peraltro molti dei decisori politici che non fanno nulla per ridurre le emissioni di CO2) che passare dalle abitudini attuali ad un sistema economico basato sulle fonti energetiche rinnovabili disponibili e su un uso più efficiente dell'energia sia più costoso del sistema attuale.
E' invece noto almeno dal 2006 (WEO2006 della IEA) che dividendo gli investimenti tra fonti energetiche rinnovabili (FER) ed efficienza energetica (EE) la riduzione dell'emissione di CO2 risulta un ottimo affare economico per i consumatori ed anche per i fornitori di beni, di servizi e d'energia (questi ultimi vedrebbero aumentare il Valore Aggiunto a pari energia fornita).
Poi Lomborg sembra voler valutare le attuali politiche energetiche e scredita, sia politiche tipo carbon tax, sia il commercio dei diritti d'emissione, che sono indirizzati ai grandi fornitori ed utilizzatori dell'energia commerciale.
Tuttavia per ridurre le emissioni a regime non indica tecnologie diverse da quelle che sarebbero adottate con l'economia mondiale soggetta, senza esenzioni, a carbon tax (CT), o ad emission trading sistem (ETS).
Certamente se un paese, come l'Italia, è fortemente dipendente dall'estero, sia per le fonti energetiche minerali (FEM), sia per i diritti d'emissione (DE), lo svantaggio ulteriore dell'ETS è che non riduce l'acquisto all'estero di FEM e vi aggiunge quello dei DE.
Lomborg dice che, in attesa che le FER costino meno delle FEM, qualcuno suggerisce di coprire di nebbia salata il mare evitandone così il riscaldamento.
Ritiene che ci siano dubbi da risolvere, ma che sia meglio investire dei soldi in ingegneria del clima invece di spenderli in tasse.
Non so Lomborg, ma io sarei curioso di sapere di quanto calerebbe in tal caso la fotosintesi marina che estrae CO2 dall'atmosfera.
D'altro canto le tecnologie di cattura e sequestro della CO2 (CCS), finché, come ora, costano di più dei DE, semplicemente non sono adottate e poi, richiedendo energia aggiuntiva, aumentano l'acquisto di FEM all'estero.
Inoltre con le CCS c'è il concreto pericolo, visto che la CO2 è un rifiuto, che in più non lascia tracce, che si ripetano tutti gli imbrogli già ora legati alla gestione dei rifiuti.
Invece, una CT all'origine (all'estrazione o all'importazione) e senza esenzioni farebbe almeno rimanere in Italia gli introiti, che potrebbero finanziare le FER e gli usi efficienti dell'energia in Italia.
Tuttavia con la CT i prezzi dell'energia aumentano subito, innescando inflazione e recessione, calcolata da Lomborg al 13 % nel 2100.
I calcoli di Lomborg saranno esatti, ma bisognerebbe sapere in quali proporzioni ritiene che la riduzione delle emissioni verrebbe da nuove tecnologie di produzione (più costose delle attuali) e da nuove tecnologie d'uso (spesso più convenienti delle attuali).
L'impressione è che gli studi commissionati da Lomborg siano stati fatti ipotizzando che l'unica risposta possibile dei consumatori ad un probabile aumento del costo dell'energia sia ridurre i consumi (quindi il PIL).
Invece, se i consumatori d'energia la utilizzano in modo più efficiente, arrivano a spendere meno ed ottengono più servizi finali in cui è incorporato più PIL nazionale e meno PIL estero.
Basta questa osservazione (a cui arriva anche ENEA in REA2008 del luglio 2009) per invalidare quanto dice Lomborg per rimandare ancora il passaggio (che pur ritiene inevitabile) ad un'economia a minor uso dei composti minerali del carbonio (e in generale a minor uso di risorse non rinnovabili).

Le osservazioni di Lomborg sulle politiche tipo carbon tax ed emissione trading sono effetivamente condivisibili, ma dal report disponibile non risulta quale tipo di politica (diversa da CT e da ETS) Lomborg suggerisca per ottenere i cambi di tecnologie necessari a regime che appaiono comunque gli stessi che l'Unione Europea vuol ottenere con CT e ETS.
Visto che i risultati tecnologici perseguiti a regime sono gli stessi, il punto da discutere non è quali tecnologie adottare a regime, bensì solo con quali politiche rendere più rapido il cambiamento senza fare altri danni (per CT allo sviluppo economico, per ETS anche alla bilancia dei pagamenti).
E' davvero ragionevole che vengano imposte ai soggetti economici ed ai consumatori le tecnologie ottimali ed il loro uso ottimale?
E chi decide quali siano le tecnologie ottimali, visti i passati errori tecnologici dei decisori politici?
E quali controlli e sanzioni occorrono?
Uno schema ordine+controllo+sanzioni non è poi affatto a costo zero (il costo più probabile è 100 €/tCO2).

E' allora pensabile distribuire il maggior costo dell'energia ottenuta dalle FER (ed il costo della ricerca mirata) su un aumento generalizzato dei costi dell'energia?
Ciò corrisponde allo schema del Conto Energia (CE), attuato nel presupposto che le tecnologie basate sulle FER costeranno sempre meno, quanto più saranno usate, com'è sempre stato.
Tutti gli schemi di CE hanno però il difetto di finanziare le FER perché più costose, non per la reale riduzione dell'emissione di CO2.
Ciò risulta inefficiente per lo scopo dichiarato di ridurre l'emissione di CO2.
Ma soprattutto, gli schemi tipo CE, come tutti quelli che richiedono certificazioni riguardo al corretto uso di specifiche tecnologie sovvenzionate, comportano anche costi di certificazione e/o possibilità di imbrogli che accrescono in modo sproporzionato i costi del passaggio generalizzato a tecnologie a minor uso di FEM (Lomborg giustamente lo afferma riguardo all'ETS).
Nel 2003 ENEA aveva fatto una comparazione tra la CT e le politiche energetiche basate su certificati, verificando che queste, a pari riduzione delle emissioni, rendono costosa l'energia più della CT e quindi comportano maggiori pericoli di recessione, anche se coinvolgono meno risorse economiche.

L'unica politica energetica che non ha costi aggiuntivi è la Politica Energetica Differenziale (PED), i cui pilastri sono sintetizzati nelle note #74, #75, #79, #80, #96 di:
http://www.energeticambiente.it/discussioni-sui-massimi-sistemi-del-mondo-energetico/14720893-politica-energetica-efficace-e-duratura.html
Più estesamente è illustrata nei miei interventi dello scorso luglio in questo blog 
La PED non modifica i costi medi dell'energia a pari tecnologie di produzione, ma rende più convenienti le FER rispetto alle FEM.
La PED non modifica nemmeno i prezzi medi di beni e servizi finali a pari tipologie offerte, ma rende più convenienti quelli ottenuti con più efficienza energetica.
La PED infine non modifica i prezzi medi dei beni strumentali offerti al consumo a pari prestazioni tecniche offerte, ma rende più convenienti quelli che usano l'energia con più efficienza.
Inoltre la PED non prevede costosi controlli pubblici sulle tecnologie produttive, ma che tutti i soggetti economici siano controllati dai loro diretti concorrenti più efficienti della media (che li conoscono assai meglio della Pubblica Amministrazione).
La PED riduce quindi i controlli pubblici ad una supervisione critica annuale ed alla difesa della libera concorrenza, quindi della tracciabilità delle filiere produttive concorrenti che comporta i minimi costi al consumo a pari qualità offerta.




permalink | inviato da ggavioli il 30/10/2009 alle 17:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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