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29 novembre 2009

Da PIL a Prodotto Interno Utile

La ricerca d'un indicatore unificato della sostenibilità economica e sociale del complesso delle attività economiche svolte in un territorio è tema ampiamente dibattuto a molti livelli ed in via ufficiale (vedi UE_st12739.it09.pdf ).
Per i fini di questa discussione, ricordo che il valore aggiunto ricavato da ogni attività economica (qualunque, anche la più criminale) dopo uno o più passaggi di mano è ovviamente destinato ad acquistare beni e servizi richiesti dai consumatori finali.
Infatti i consumatori finali ricevono (in quote più o meno eque) tutto (tranne le tasse) il valore aggiunto ricavato dall'attività economica entro la quale operano usando le risorse di cui sono portatori.
Solo in tal senso (valore aggiunto ricavato e disponibile per il consumo) tutte le attività (e tutto il PIL) sono di sviluppo dei consumi finali sul territorio (tranne i capitali mandati all'estero di nascosto).
L'ottica mercantilistica per cui "l'unico beneficio rilevante è il valore aggiunto ricavato dalle attività economiche" deve però essere almeno accompagnata (se non sostituita) dalla valutazione, in termini di utilità per il benessere umano, dei beni e dei servizi offerti in definitiva al consumo finale dalle filiere di attività economiche .
Si può quindi ragionevolmente affermare che certamente una parte del PIL corrisponde ad una perdita di benessere dei consumatori, ad esempio la parte destinata solo a riparare danni che potevano essere evitati.
Poiché le attività economiche non sono tutte svolte per rispondere a richieste dirette dei consumatori una  distinzione si può effettuare associando l'utilità delle attività economiche (quindi del valore aggiunto ricavato) alla richiesta da parte dei consumatori dei beni e servizi prodotti.
Infatti le filiere di attività economiche possono indifferentemente fornire ai consumatori beni e servizi fruibili (tra cui quelli culturali e turistici, ma anche d'evasione), o riparare danni di varia natura (tipici quelli creati dalle guerre, ad alto costo economico e ad alto malessere fisico e morale per tutti), ma si deve ricordare che le risorse economiche effettivamente disponibili in un dato momento o entro un tempo dato sono comunque limitate.
Suddividendo il PIL in base ai fini delle attività che lo compongono (cioè in ordine decrescente di fruibilità al consumo dei beni e servizi realizzati dalle filiere di attività economiche e dai settori della pubblica amministrazione) si vedrà che:
- alcune voci di spesa alimentano le filiere di prodotti richiesti dai consumatori,
- altre voci di spesa sono di manutenzione di beni strumentali ai prodotti richiesti dai consumatori,
- altre voci di spesa sono di ricostruzione di beni strumentali o di strutture di servizio,
- altre sono di puro danneggiamento di beni e di strutture di servizio, cioè sperpero di risorse spesso non rinnovabili.
E' vero che alcune attività di utilità (che cioè rispondono ad esplicite richieste dei consumatori) offrono beni e servizi non molto utili (o perfino dannosi), tuttavia l'utilità delle richieste dei consumatori non può essere messa in dubbio senza cadere nello stato etico (o scoprire che la pubblicità distorce il mercato).
Poi i beni e servizi finalizzati a danneggiare cose e persone vanno ridotti il più possibile (ma non pare chiaro per tutti).

Un indicatore economico territoriale è utile solo se è significativo in un bilancio delle attività economiche del territorio.
Il PIL indubbiamente somma tutti i costi interni ad un territorio e, insieme alla Bilancia dei Pagamenti del territorio, rende conto dei costi globali sopportati per sostenere le attività economiche attive nel territorio.
Le valutazioni già fatte sul PIL chiariscono che di per sè non crea benefici, se non ipotizzando che i (costi interni = ricavi per i percettori) siano spesi dai percettori a proprio beneficio (per definizione e senza controprova).
La Bilancia dei Pagamenti dice quantomeno che quello che è speso all'estero più dei ricavi all'estero a pari costi globali, riduce il PIL, cioè i ricavi delle attività residenti nel territorio e che ciò riduce quasi certamente la quota di potenziali benefici per le persone fisiche che operano nelle attività economiche residenti.
L'indicatore economico territoriale che si propone dovrà essere assai più direttamente significativo di benefici effettivi per i residenti nel territorio di riferimento.

L'economia del territorio può essere vista come una macchina (o scatola nera) che riceve risorse (dall'interno e dall'esterno) e le trasforma in beni e servizi finali al consumo (per l'interno e per l'esterno).
Per fare un bilancio del genere è certamente decisivo definire quali siano i "beni e servizi finali al consumo".
Nella composizione stessa del PIL, secondo criteri accettati internazionalmente, sono evidenziate attività economiche lecite finalizzate a fornire beni e servizi finali che è facile concordare che siano direttamente "utili".
Naturalmente altrettanto "utili" sono le filiere produttive lecite che da fonti energetiche ed altre materie prime (elaborate dalla risorsa umana) rendono disponibili questi stessi "beni e servizi finali al consumo".
I corrispettivi delle filiere produttive che forniscono i "beni e servizi finali al consumo" che pervengono ai residenti nel territorio, in quanto corrispondenti a benefici certi per i residenti nel territorio, possono essere definiti ricavi economici di benefici per il territorio e classificati come quantità positive in un bilancio dei benefici.
Il PIL somma sia i costi corrispondenti ai benefici, sia tutti gli altri costi che non danno benefici, neppure indiretti, ai residenti nel territorio, o perfino li danneggiano, che poi comportano costi per le riparazioni.
Così, in termini di costi e benefici, è possibile fare un bilancio economico di un territorio capace di valutare l'efficienza della sua economia nel fornire benefici ai residenti.
L'efficienza può essere rappresentata come il rapporto tra (benefici ottenuti) e (costi sostenuti), ove certamente:
benefici ottenuti = "beni e servizi finali al consumo" riconosciuti come benefici e valutati in base ai costi corrispondenti;
costi sostenuti = PIL + perdite bilancia dei pagamenti del territorio.

Si fa notare che rimangono espressamente fuori dalla valutazione economica dei "benefici ottenuti" tutte le attività fuori mercato, cioè a fronte delle quali non viene creato reddito per le persone che operano nell'attività (es. volontariato).
Un indicatore per valutare anche l'utilità (o la dannosità) di attività non economiche non può essere definito indicatore economico, né macroeconomico, ma indicatore metaeconomico territoriale (qualcuno direbbe indicatore di felicità).
Con l'indicatore economico che si vuol confezionare non si pretende di arrivare a misurare la felicità, ma solo a misurare l'efficacia dell'economia del territorio nel fornire beni e servizi ritenuti effettivamente utili da consumatori residenti consapevoli dei loro bisogni vitali.

La bozza di definizione del Prodotto Interno Utile (PIU) del territorio è:
PIU = sommatoria, dei valori aggiunti corrispondenti alle filiere che forniscono i "beni e servizi finali al consumo" che sono riconosciuti come benefici, in quanto espressamente richiesti nel territorio.
La definizione abbozzata di PIU è già molto significativa circa la capacità dell'economia del territorio di soddisfare i bisogni vitali dei suoi abitanti e risulta quindi in grado di distinguere tra tutte le attività costose (tutte quelle economiche) quelle che direttamente e volutamente provocano danni che devono poi essere espressamente riparati.
Il costo complessivo di queste attività dannose (ricavi delle attività dannose + costi di riparazione) è definibile come Prodotto Interno Dannoso (PID) ed in termini di bozza di definizione è ovviamente:
PID = PIL - PIU
Quando però si deve valutare un'attività inserita in una filiera che fornisce beni e servizi riconosciuti utili, ma sull'utilità dei quali il parere non è unanime, è opportuno assegnare a tale attività un valore aggiunto utile:
VAU = costo utile = VA * (quota di consenso filiera prodotto)
Con questa più accurata valutazione statistica d'utilità (indispensabile per valutare anche beni e servizi costosi non regolati dal mercato economico e su cui decidono i "politici" usando il prelievo fiscale), è possibile posizionare le attività economiche e quelle della pubblica amministrazione competente per territorio in una scala continua d'utilità.
Quanto fin qui esposto giustifica la ragionevolezza di suddividere semplicemente il PIL in PIU e PID.
Come detto, già questa suddivisione permette di valutare in modo più significativo lo sviluppo della risposta alle richieste dei residenti nel territorio, nonché l'efficienza dell'economia del territorio nell'usare le risorse economiche effettivamente disponibili per ottenere beni e servizi richiesti dai residenti.




permalink | inviato da ggavioli il 29/11/2009 alle 12:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 novembre 2009

Ci guida uno stupido?

La domanda non riguarda qualche politico che pensa di essere il Padreterno, ma la ragionevolezza di subordinare ogni decisione politica ai suoi esiti economici ed in particolare all'aumento del PIL.
I fautori della Decrescita Felice affermano che la drastica riduzione delle transazioni economiche sia compatibile con il soddisfacimento delle esigenze vitali, anzi sia perfino necessaria a tal fine.
Non è chiaro se essi vogliano dimostrare che tutti i servizi finali al consumo potrebbero essere ottenuti senza transazioni economiche, primariamente con l'autoproduzione e secondariamente con lo scambio di beni o servizi.
Non è chiaro se essi ritengano perciò automaticamente non rispondenti ad esigenze vitali tutti i beni ed i servizi che non si possono autoprodurre, o almeno scambiare tra due persone ognuna delle quali deve aver bisogno proprio in quel momento di quanto l'altra persona può offrire.
Mi sembra che lo scopo fisiologico del denaro sia essere un mezzo d'intermediazione accettato da tutti per evitare l'obbligo di "scambio di beni o servizi richiesti di pari appetibilità" e quindi evitare che ogni persona debba fare lunghe ricerche per trovare un tale scambio soddisfacente, senza resto e senza che una parte prevarichi sull'altra.
Mi sembra che, senza denaro (che preferisco virtuale e tracciabile), non sia facile soddisfare molte esigenze che ritengo per me vitali, come: assistenza sanitaria, istruzione, infrastrutture, previdenza, servizi specializzati alle singole persone, beni complessi, servizi alla collettività, studi scientifici di base.

Purtuttavia, mi priverei volentieri:
- dei beni e servizi non chiesti dal pubblico; che quindi hanno bisogno di pubblicità per poter essere richiesti;
- della pubblicità che (quasi sempre) cerca di falsare il valore reale dei beni e servizi su cui dovrebbe informare;
- di risorse economiche che siano molto al di là delle mie personali esigenze (e vi ho rinunciato), anche se in Italia il mio lavoro intellettuale può generare risparmi economici reali di 50 G€/a nei prossimi 20 anni;
- della sensazione che molto denaro mi possa far credere legittimo comprare tutto (e vi ho rinunciato), compresa la credibilità di alcune persone e la credulità di molte altre.
- del denaro da usare come posta di scommesse, qualunque sia l'oggetto o l'altrui attività su cui scommettere.
- delle bolle speculative, della distruzione di risorse non rinnovabili, della svalutazione delle risorse umane (rinnovabili e sviluppabili), delle guerre.

Detto ciò, non mi priverei però degli scambi economici tra individui, gruppi di persone e territori.
Poter paragonare in denaro (risorsa polivalente) i beni ed i servizi che individualmente (od in modo associato) offriamo o chiediamo per rispondere a bisogni vitali (od almeno reali e non distruttivi), mi sembra finora un modo insuperato per stimolare il miglioraramento della qualità di beni e servizi forniti a richiesta.
Mi chiedo però se, nelle scelte che ci coinvolgono tutti, sia il caso di farci guidare da un indicatore stupido come il PIL.
Per prendere decisioni per un'intera economia territoriale (macroeconomia), certamente preferirei avere uno strumento di misura che non mi valuti positivamente anche tutte le cose che ritengo "così negative da volermene privare".
Il PIL invece, valutando solo il corrispettivo economico riconosciuto di fatto ai soggetti che agiscono perché pagati da altri, non distingue tra gli effetti buoni o cattivi delle azioni umane ricompensate con denaro.
Occorrerebbe almeno vedere le azioni umane anche dal punto di vista dei destinatari dell'agire ed allora le si potrebbe distinguere tra azioni richieste e azioni non richieste, tra azioni di riparazione di danni e azioni dannose.
Dal punto di vista dei destinatari una guerra è certamente un fatto negativo, mentre per il PIL è comunque aumento di circolazione di denaro (in quanto costringe a spendere) che poi verrà speso, si spera, in cose meno distruttive.
Anche le grandi opere per il PIL sono comunque un aumento del reddito di soggetti che si spera lo spendano per soddisfare esigenze vitali, o almeno generalmente considerate utili.
Perché però non spendere subito lo stesso denaro per opere (grandi o piccole) che tutti considerano utili?
Il PIL cresce ugualmente e gli italiani trovano già fatte cose molto più utili di opere la cui utilità è controversa.
Anche costruendo opere utili, ma facendole male, il PIL cresce come a farle bene. Anzi cresce anche di più.
Ma il costo per demolire opere sbagliate e ricostruirle giuste, pur essendo sempre aumento di PIL, comporta un danno collettivo certo. Cioè la carenza di servizi finali utili, per i quali il denaro pubblico verrà certamente a mancare.
Non basteranno nemmeno gli investimenti privati, se sono dirottati su attività inutili, o dannose, o sbagliate, o in ritardo.

Da quanto fin qui esposto si direbbe che basta evitare spese inutili o dannose perché sia possibile che ad una riduzione del PIL corrisponda un aumento di servizi finali al consumo, proprio di quelli richiesti dai consumatori.
Questo miracolo lo chiamiamo Decrescita Felice? O aumento di felicità per molti?
Forse. Ma dovrebbe essere chiaro a tutti che non basta ridurre il PIL per evitare spese inutili, o dannose.
Anzi, restrizioni alla capacità di spesa di gruppi sociali già svantaggiati (a cui la pubblicità fa ritenere necessario il superfluo ed il dannoso), causano tensioni sociali e spese per sicurezza e/o riparazione di danni (da evitare).
Cioè un'incontrollata decrescita del PIL molto facilmente diventa infelicità per molti.
Chi promuove la Decrescita Felice pensa che la legittima critica del PIL come unico misuratore di sviluppo giustifichi il rifiuto della competizione economica come fattore positivo di sviluppo.
Ritengo ingiustificato arrivare ad una simile conclusione.
La competizione economica non è fondata sul PIL.

Tuttavia le considerazioni fin qui svolte motivano la ricerca d'un indicatore della qualità dell'attività economica che sia meno stupido del PIL, ma che sia comunque univoco nel valutare l'efficienza dell'economia d'un intero territorio.



31 luglio 2009

Le politiche di stimolo differenziale possono orientare l'uso delle risorse critiche

La politica energetica differenziale è solo un'applicazione mirata di un più generale "modello di azione pubblica" per la gestione delle risorse disponibili sul libero mercato.
Come già notato nei post del 27/05/09 della rubrica "diario" e del 09/06/09 della rubrica "documenti fondamentali", nonché negli ultimi commenti all'intervento del 19/05/09 degli ecologisti democratici dell'Emilia Romagna, vi sono silmilitudini nei comportamenti medi statistici dei soggetti economici circa le varie risorse usate per fornire al mercato i beni od i servizi tipici dell'impresa.
Nella rubrica "Politica energetica 2009" esaminando la possibilità di orientare l'uso delle risorse energetiche in vari ambiti territoriali e merceologici, si è dimostrato che, nel merito:
- Sono possibili decisioni tecnico-economiche che riducono l'uso di una risorsa a pari prodotto offerto al mercato da una attività economica.
- A parità di tecnologia produttiva apparente, tra soggetti concorrenti noti la dispersione dell'incidenza del costo di una risorsa sui costi produttivi in genere è molto di più di un ragionevole 10 % dell'incidenza media.
- Sostituendo parte della risorsa critica con altre disponibili, quasi mai si peggiora il bilancio dell'attività, anzi spesso si trova un più conveniente utilizzo delle risorse produttive.
- Ogni decisione innovativa comporta un "rischio tecnologico", cioè di investire in una tecnologia che potrebbe non dare i risultati attesi.
- Mediamente l'innovazione tecnologica migliora le prestazioni economiche della singola attività ed ancor di più il PIL corrispondente, in genere aumentando l'incidenza di risorse economiche ed umane.
- Senza attingere a finanziamenti pubblici, né modificare il prezzo medio dei beni e servizi offerti al pubblico, si possono orientare le scelte tecnologiche soggettive verso una diversa incidenza delle risorse produttive (ambiente, territorio, strutture edilizie, materie prime, macchinari, energia, competenze del personale, assunzione del rischio, iniziativa tecnologica, capitali), abbassando l'incidenza della risorsa il cui uso deve essere ridotto per motivi di interesse generale.
- Un'adeguata pressione economica differenziale sulle decisioni tecnico-economiche che modificano l'incidenza delle risorse nel produrre i beni od i servizi nelle attività che usano la risorsa da risparmiare è in grado di indurre i decisori economici a spostare le preferenze d'acquisto o di ristrutturazione (al momento per loro più opportuno) da una tecnologia usuale ad una tecnologia con minor incidenza di quella risorsa.
- La pressione economica differenziale, si esprime come prezzo unico nazionale della Risorsa, cioè in euro per unità di misura della risorsa "punR  €/UMR" e si applica solo all'interno di ambiti (o filiere) merceologici ove tutti i soggetti economici sono già tra loro concorrenti noti sulla convenienza del prodotto tipico per il consumo e diventano quindi concorrenti palesi anche sulla riduzione dell'uso di quella risorsa.
- La procedura generale, per ridurre l'uso di una risorsa in un intero settore merceologico, prevede la creazione di un consorzio tra i concorrenti noti, il rilevamento della quantità totale di risorsa "QR UMR/a" consumata e di Valore Aggiunto "VA M€/a" generato da ciascun consorziato e dall'intero consorzio.
sQR e sVA sono le sommatorie estese a tutto il consorzio.
I consorziati che usano la risorsa con intensità IR=QR/VA UMR/M€ minore della media IRm=sQR/sVA, ricevono annualmente un beneficio BN = punR*(IRm-IR)*VA.
Per la stessa formula i consorziati con IR>IRm sono penalizzati da un beneficio negativo.
Benefici, penali (ovviamente a bilancio nullo nel consorzio) ed i dati per calcolarli, sono resi pubblici.
Se la velocità di Riduzione Effettiva dell'uso della Risorsa  vRER  UMR/anno^2 non raggiunge il valore richiesto dall'interesse generale vRRR UMR/anno^2, per riallineare il calendario, dall'anno successivo punR è fissato a
punR(aa+1)=1,5*punR(aa)*vRRR/vRER  €/UMR
Comunque il valore corrente di punR non deve calare nel tempo, per non ridurre la redditività degli investimenti a medio e lungo termine effettuati per contenere l'uso della risorsa in questione.

Con adattamenti ad ambiti di concorrenti più o meno ampi, si è usato tale "modello d'azione pubblica" per assemblare la Politica Energetica Differenziale e le sue due estensioni ai gas serra non provenienti da carbonio fossile ed all'efficienza delle trasformazioni energetiche più rilevanti.
In questa rubrica si intende valutare l'applicabilità di questo modello d'azione pubblica nel ridurre l'uso improprio di qualunque altra risorsa strategica e per scopi anche più generali, riferibili non solo ai soggetti economici strettamente in concorrenza.
Infatti l'applicabilità di qualunque azione di stimolo dipende dalla esistenza di scelte soggettive coscienti tra comportamenti alternativi che si possano orientare verso la massima convenienza generale.
L'elenco di possibili interventi sembra lungo, ma in questa rubrica ci si limita a valutare le possibilità di applicazione di questo modello d'azione pubblica in alcuni settori critici in cui l'intervento pubblico tradizionale e quello privato non sembrano ottenere risultati adeguati ai costi corrispondenti:
Danni alla salute da fumo di tabacco
Danni alla salute da uso di sostanze psicotrope
Danni da uso improprio del territorio
Evasione fiscale dei soggetti economici
Evasione fiscale delle persone fisiche
Gestione dei rifiuti speciali
Gestione dei rifiuti solidi urbani
Incidenti stradali
Infortuni sul lavoro e malattie professionali
Opere pubbliche tecnicamente inadeguate e in ritardo
Pensioni a soggetti troppo giovani

Prima di affrontare la valutazione di fattibilità di interventi sui singoli argomenti, ho intenzione di attendere almeno qualche commento all'impianto generale di questo tipo di "azione pubblica per orientare i soggetti decisori verso comportamenti coscienti che risultano utili alla collettività, senza attingere alla finanza pubblica, né creare nuove tasse, burocrazia e reati".
Invero le scarse risposte alla mia proposta di Politica Energetica Differenziale non mi rendono ottimista circa la possibilità che si svolga una seria discussione nel merito delle singole politiche differenziali impostabili.
Gabriele Gavioli 
gabrielegavioli@tin.it




permalink | inviato da ggavioli il 31/7/2009 alle 23:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


26 giugno 2009

Politica mirata delle risorse critiche

La gestione complessivamente ottimale delle risorse disponibili in un dato territorio, o da acquisire all'esterno, è un problema del tutto generale ed i residenti nel territorio possono ed in alcuni casi devono, accordarsi per una condotta comune, anche delegando l'adatto livello amministrativo territoriale alle azioni più adatte perché tutti si adeguino.
Alcune risorse sottoutilizzate possono essere incentivate, mentre altre disincentivate per i più svariati, ma concordati motivi.
Le risorse energetiche non rinnovabili rientrano certamente tra le risorse il cui uso deve essere ridotto il più possibile e le azioni amministrative capaci di raggiungere lo scopo con i minori danni all'economia del territorio hanno forti analogie con quelle che si possono adottare per salvaguardare altre risorse usate dalle attività umane sul territorio, incluso il territorio stesso.
Per ridurre l’uso di una risorsa costosa, in alternativa alle modalità attuali già evidenziate come pericolose per l'economia territoriale, è possibile formulare una nuova modalità d’intervento della Pubblica Amministrazione.
Tutte le proposte in campo andrebbero poi valutate alla luce di alcuni obbiettivi di buona qualità amministrativa:
- minimo costo regionale per raggiungere l’obbiettivo di ridurre l’uso della risorsa senza ridurre i servizi ai residenti;
- semplicità e minimo costo di rilevamento dei dati necessari per attivare l’intervento amministrativo;
- indipendenza del risultato dalla segmentazione delle varie filiere produttive dei settori economici coinvolti;
- minimo aumento del costo medio della risorsa da disincentivare;
- minima giustificazione per aumenti dei prezzi dei prodotti al consumatore finale;
- minima stimolazione a cambiare i prodotti, ma preferenza per i prodotti a maggior valore aggiunto nel territorio;
- nessun dirigismo pubblico in campo tecnologico, salvo eventuale delega per il controllo dei risultati;
- l’azione pubblica in campo scientifico deve essere istituzionale, preferibilmente ricerca di base a carico della fiscalità generale;
- nessuna convalida pubblica di tecnologie finalizzate, o premi agli utilizzatori di tecnologie particolari, nemmeno per dimostrazioni.

Ci si deve interrogare anche sui possibili tempi di transizione di un’intera economia territoriale da un uso generalizzato d’una risorsa critica ad una consistente riduzione del suo uso.
Bisogna infatti riconoscere che, per ogni singolo settore produttivo, non ci si può attendere passaggi generalizzati (entro 5 anni) da tecnologie più costose ad altre anche meno costose a regime (anche se disponibili da tempo), se questo passaggio non provoca una riduzione tendenziale del prezzo del prodotto al consumatore superiore al 2 %. (questo è il minimo per avviare il motore della libera concorrenza in settori economici considerati maturi; oltre il 5 % per settori in espansione).
È ragionevole pensare che le innovazioni attestate sul limite della convenienza percepita siano poi effettivamente attuate in concomitanza degli ordinari aggiornamenti tecnologici (dai 3 - 5 anni in industria, ai 20 – 40 anni nel residenziale ed in produzione d’energia), riducendo i maggiori costi dell’innovazione con l’integrazione tecnologica e strutturale.



26 giugno 2009

Attuale gestione pubblica delle risorse strategiche

Se però, all'interno d'un dato territorio, si vuole correggere i comportamenti “naturalmente miopi” delle singole attività economiche (che hanno orizzonte temporale medio di cinque anni), occorre che l’azione normativa della Pubblica Amministrazione competente non si limiti a contrastare la pubblicità fallace rivolta ai consumatori finali.
Non deve nemmeno limitarsi a sostituire l'iniziativa privata nella fornitura di beni e servizi più o meno considerati essenziali, o di delicata gestione, o se tali beni, servizi o risorse strategiche sono considerati a rischio.
Occorre allora che l'azione normativa pubblica sia in grado convincere i soggetti economici almeno a moderare l’uso di talune risorse che, per consapevolezza collettiva, debbano essere non dilapidate; o essere usate, ma ripristinate alle caratteristiche iniziali; od utilizzate a tassi non superiori a quello di un ripristino spontaneo.
Come noto, l’uso di talune risorse o servizi generali (tipici sono: ambiente, territorio, energia, mobilità ed informazione) da parte delle attività economiche, già ora è disincentivato da tipiche azioni della Pubblica Amministrazione:
- imposizioni (svincolate dai costi) di livelli certificati di ripristino di determinate risorse (es. ambiente interno / esterno),
- imposizioni fiscali sulla remunerazione di determinate risorse (es. energia, trasporti, comunicazioni),
- imposizioni di prelievi speciali sulla remunerazione della risorsa energia (es. carbon tax; accise).
Questo tipo d’imposizioni comporta di per sé aumenti dei costi di fornitura del prodotto al consumo, quindi maggiori costi per il consumatore, con conseguenze negative sullo sviluppo economico del territorio.
Invero, ad esempio, la P.A. giustifica i prelievi fiscali speciali sull’energia, affermando che siano utilizzati per avviare le “attività dimostrative di modifica virtuosa della tecnologia” e poi per incentivare od imporre l’adozione di tecnologie di provata virtù (certificati verdi e bianchi, conti energia per alcune tecnologie, regolamenti edilizi).
Sono però tipici ed ovvi i ritardi di alcuni decenni nella adozione delle tecnologie innovative e/o mature che siano in grado (al meglio per ciascuna attività economica) di perseguire gli obbiettivi generali indicati come strategici dalla consapevolezza collettiva.
Tali usuali modalità d’intervento della P.A. fanno si che si trasferisca ogni aumento del costo della risorsa da disincentivare, dall’attività economica che produce al consumatore del prodotto, aumentato del ricarico per il rischio d’impresa.
Quantomeno si trasferiscono gli aumenti medi sulle singole tipologie di prodotti.
Così, poiché tali modalità d’intervento inducono inflazione e depressione dell’economia del territorio, l’opinione pubblica è spesso portata a considerare gli interventi volti a salvaguardare risorse poco rinnovabili (ma per ora disponibili), o ad evitare danni futuri (ma non sentiti come incombenti) come fossero in conflitto con la diffusa richiesta di benessere immediato e crescente.
Non è però l’attuazione degli interventi che è in conflitto col benessere, bensì le modalità con cui la P.A. dichiara di promuoverli, ma con cui in realtà rende più costosa la loro attuazione.
Tali comportamenti della P.A. nel passato hanno fatto considerare sconvenienti modifiche tecnologiche per ridurre i costi energetici a pari risultati produttivi, possibili fin dagli anni ’80 con un’efficacia d’uso dei capitali:
(riduzione dei costi totali netti annuali deflazionati) / (aumento degli investimenti deflazionati) > 0,1



21 giugno 2009

Decrescita? Si No Forse

Ritengo opportuno riportare nel blog ConcorrenzaEnergetica un dibattito finora svolto a tre su Ecologisti Democratici circa le proposte di decrescita delle attività umane come possibile contrasto all'azione di rapina dell'uomo sulla natura.
Certamente ad alcuni tali proposte appaiono simili a proposte medioevali di autoflagellazione.
D'altro canto la spinta all'espansione dei consumi individuali assomiglia agli ultimi baccanali prima del rovinoso crollo dell'impero romano.
Credo che il concetto stesso di decrescita abbia bisogno di precisazioni.
Anche dalla lettura del dibattito finora svolto, pare in verità che il concetto di decrescita alcuni lo vogliano perfino applicare alla demografia della specie umana.
Altri chiedono di ridurre l'ammontare mondiale di scambi economici ed il PIL dei singoli territori.
Altri chiedono di ridurre l'attività economica media della singola persona. O porre limiti massimi.
Altri ritengono che si debba arrivare ad escludere subito l'uso delle risorse non rinnovabili, in quanto non ricostituibili per le generazioni future.
Altri ritengono sufficiente contenere l'uso di risorse non rinnovabili a quello attuale, purché divise equamente tra tutti gli abitanti della terra.
Quale sia il giusto livello di moderazione nell'uso personale e collettivo delle risorse del pianeta terra, non dipende solo dalla loro quantità disponibile, ma anche dalla visione che ciascuno ha della ragione del suo esistere.
Credo però che prima di operare scelte drastiche (od egoistiche senza futuro), occorra fare i conti con le reali disponibilità delle risorse (energetiche e non) del pianeta e della loro possibilità di essere ricostituite.
Peraltro c'è sempre il pericolo che, come per ogni fondamentalismo, la critica a scelte molto radicali si trasformi in negazionismo anche dell'evidenza e in guerra quasi di religione.
Gabriele Gavioli

contributo inviato da studiopolitico il 10 giugno 2009
Decrescita per chi?
Con chi (es. Wolfgang Sachs, Maurizio Pallante...) cerca di indirizzare verso la decrescita economica i decisori politici e la popolazione europea, concordo che è necessario ridurre l'uso personale (mediamente sconsiderato) delle risorse del pianeta terra.
Bisogna in definitiva contenere tale uso in limiti che ne permettano un'equa disponibilità per tutti gli attuali e futuri abitanti (umani) dell'unico pianeta che abbiamo occupato.

Tutti gli attuali abitanti significa ovviamente anche gli abitanti dei paesi economicamente meno sviluppati, a partire da quelli in perenne carestia.
Peraltro il 90 % della popolazione dei paesi più poveri (con 80 % della popolazione modiale) non ha alcun mezzo economico per consumare risorse non rinnovabili.

Tutti gli attuali abitanti significa però anche il 50 % degli abitanti dei paesi più sviluppati, come l'Italia, che negli ultimi venti anni ha visto ridurre la propria capacità reale di acquisto di beni utili alla vita, mentre è spinta dalla pubblicità ad acquistare oggetti e servizi non essenziali e vede crescere pesantemente la quota del proprio reddito che va in fumo (in fonti energetiche fossili acquistate fuori dal proprio territorio).
Pertanto, prima di parlare di decrescita generalizzata, preferirei si parlasse di redistribuzione del reddito vitale tra gli abitanti dei singoli territori antropizzati e tra i vari territori del pianeta.
In altri termini, forse non ha senso l'aumento indefinito del PIL mondiale, ma certamente dovrà crescere e ancora molto, la capacità di spesa vitale pro capite del
0,8*0,9+0,5*0,2 == 82 % degli abitanti umani di questo pianeta.

Quanto agli abitanti futuri, dovrebbe essere ovvio a tutti che il generalizzato sperpero delle risorse non rinnovabili impedirà in futuro a tutti, ma prima di tutto ai più poveri del pianeta, di attingere per usi vitali a quelle risorse che ora noi più ricchi stiamo dilapidando.

Decrescita di che cosa?
Certamente non deve decrescere il "tempo libero" (formalmente quello non dedicato ad accrescere il proprio reddito economico), purché non sia poi riempito di consumi inutili, specie quelli che consumano inutilmente risorse non rinnovabili.
Può crescere il "tempo di attività volontaria" cioè quello dedicato a creare soluzioni a problemi reali, generalmente di altri, senza chiedere alcuna contropartita economica.
Non intendo entrare nel merito dell'eticità delle singole attività (non tutte commendevoli) che comunque si basano principalmente sulle risorse umane, ma devo notare che queste sono le uniche, tra quelle davvero disponibili, che sono ampiamente sotto utilizzate.

Tra i consumi ad alta intensità di risorsa umana, c'è ad esempio la spesa sanitaria.
Non si deve certo assecondare l'illusione (inconfessabile, ma strisciante tra i ricchi) della vita fisica senza malanni e brutture e magari senza fine, ma bisogna anche (o invece) che sia statisticamente garantito "a tutti" un minimo ragionevole d'aspettativa di vita in salute.
Peraltro il panorama delle risorse del pianeta non rinnovabili per mano d'uomo mi pare troppo vasto per esaminarlo in rapida discussione e per dare giudizi e ricette globali, salvo quella di un loro uso moderato. Ma cosa si può intendere con ciò?

Visto che l'attenzione di molti sembra finalmente accesa sull'abuso delle fonti energetiche non rinnovabili, si definisca il percorso politico per arrivare ad usare proprio queste in modo "sostenibile per tutti", anche come esempio di corretto uso di altre risorse non rinnovabili.
Prima bisogna che le persone fisiche che decidono nei gruppi sociali piccoli o grandi (i decisori politici indicati dall'IPCC) siano davvero attente alle conseguenze globali e locali dell'abuso delle risorse energetiche non rinnovabili e della distruzione degli ecosistemi in cui l'energia solare fa crescere materiale organico, possibile fonte energetica rinnovabile.

commento di    ggavioli 10 giugno 2009
Ti voglio seguire nel ragionamento, ma mi sembra che nel PD non manchi l'accordo sugli assunti da ritenere comuni tra noi e nemmeno su quelli che mediamente non sono contestati dai nostri concittadini.
Mi sembra che siamo tutti convinti che si possano considerare mediamente accettate le conclusioni numeriche (mediate nell'IPCC tra climatologi, altri scienziati ed economisti in continuo confronto tra loro) riportate dai documenti finali di AR4 del 2007 ed approvate anche dai governi nazionali a Bali.
In funzione del livello di concentrazione di "gas serra" considerato compatibile a regime(2300) con danni economici inferiori a quelli della seconda guerra mondiale, l'emissione antropica mondiale netta all'equilibrio è stata valutata tra 2 e 6 GtCO2/anno.
Tale valore dovrebbe essere raggiunto intorno al 2100 per evitare che i cambiamenti climatici (che saranno comunque importanti per secoli già con le attuali concentrazioni) risultino troppo rapidi perché gli insediamenti umani vi si possano adattare con costi non superiori a quelli da affrontare per evitare le emissioni antropiche di gas serra.
Da quanto mediato tra gli scienziati nel 2007, risulta prudente ed equo l'obbiettivo che le emissioni mondiali gas serra (saranno 60 GtCO2e/a nel 2020) entro il 2100 equivalgano a meno di 6 GtCO2/anno, cioè che tutte le popolazioni mondiali convergano entro quella data a meno di 1 tCO2e/anno/Persona.
Certamente le medie 2005 in USA (circa 16 tCO2e/a/P), in Europa (10 tCO2e/a/P), in Italia (8 tCO2e/a/P) e per l'80 % meno sviluppato della popolazione mondiale (4 tCO2e/a/P) comportano decelerazioni assai diverse nel ridurre i consumi di energia non rinnovabile:
USA -2,9 %/a; Europa -2,4 %/anno; Italia -2,2 %/a; Paesi poveri -1,4 %/a.
Questi dovrebbero essere gli obbiettivi di politica energetica globale, europea ed italiana compatibili tra loro e con un adeguato sviluppo dei paesi ora economicamente più poveri.

commento di    sensopratico 10 giugno 2009
Mi sembra però che anche nel PD non sia chiaro se serve o no ridurre l'attività economica media pro capite per ridurre del 90 - 95 % entro il 2100 l'uso mondiale di risorse energetiche non rinnovabili.
Nel merito mi permetto di ricordare che molti esami comparati (IEA, ENEA, ENEL) delle tecnologie attuali e di quelle basate su fonti rinnovabili per la produzione di energia elettrica e combustibili commerciali ci assicurano che, con pur uno sviluppo economico mondiale superiore all'1 %/anno, le fonti rinnovabili accertate siano più che sufficienti per tutte le necessità previste fino al 2300.
Per ora i costi (€/MWh) dei vettori energetici basati su fonti rinnovabili sono maggiori di quelli usuali, ma sono comunque destinati ad un pareggio prima del 2100.
Peraltro nel produrre beni e servizi usando l'energia commerciale disponibile, già ora è possibile aumentare l'efficienza di produzione in media di cinque volte con un costo d'ammortamento annuale degli interventi inferiore al costo dell'energia risparmiata nell'anno.
Gli esempi sono innumerevoli e le casistiche finora riconosciute dalla Pubblica Amministrazione non coprono affatto tutte le possibilità tecniche attuali e tantomeno le future.
La combinazione della possibilità a regime di produrre i vettori energetici con solo energie rinnovabili e di ridurre dell'80 % l'intensità energetica delle attività economiche rende del tutto disaccoppiabili lo sviluppo economico e l'uso di fonti fossili.
In pratica non c'è ragione tecnica per non puntare all'azzeramento dell'uso delle fonti energetiche fossili e ciò non limita certamente la quantità e qualità di servizi offerti ai consumatori.
Né si deve pensare che sbalgli la IEA ad affermare che i servizi finali, combinando energie rinnovabili ed efficienza energetica, costeranno meno rispetto ai costi medi attuali.

commento di    studiopolitico 11 giugno 2009
Mi sembra pacifico supporre che nel PD siano condivisi gli obbiettivi già definiti dall'EU per l'Italia.
Quindi deve essere oggetto di discussione tra chi contribuisce a nuove proposte "Politiche" solo quale sia il modo più
efficace per raggiungere detti obbiettivi, senza obbligatoriamente deprimere lo sviluppo delle attività umane, anche economiche.
Ciò che non appare pacifico è la fattibilità politica delle proposte rivolte alle singole persone.
A tutte, non solo a quelle
di buona volontà.
In sostanza la discussione verte su: con quale "Politica" i "decisori politici" possono far sì che la massima parte dei
soggetti utilizzatori (soggetti economici e consumatori) scelga le tecnologie inusuali che pur avessero dimostrato di essere economicamente più convenienti di quelle usuali, ma solo per il complesso dei soggetti attivi nel territorio di competenza.
Il metodo "giapponese" per cui la Pubblica Amministrazione verifica quali siano le tecnologie più efficienti in un certo
momento per fornire un dato servizio e le rende obbligatorie per tutti i produttori concorrenti entro cinque anni, è un indebito dirigismo tecnologico da parte della P.A. e peraltro risulta anche lento nel dare risultati concreti.
Assai più efficiente è il metodo "francese" che, per stimolare l'industria automobilistica a raggiungere un dato
obbiettivo di consumo al km, semplicemente penalizza con un sovrapprezzo l'acquisto di automobili con consumo specifico maggiore dell'obbiettivo e premia con uno sconto speculare l'acquisto di quelle con consumo minore.
Ciò può essere ottenuto a costo zero per la P.A. e per la media degli acquirenti ed ha permesso ottenere in un anno la
riduzione del consumo per km (nella media delle auto nuove) che si doveva raggiungere in cinque anni.

commento di    ggavioli  11 giugno 2009
Un altro punto di possibile disaccordo con chi chiede "decrescita economica", è la previsione di minor occupazione se
sono raggiunti gli obbiettivi indicati dall'Europa per l'Italia nel 2020 e successivi.
Certamente i fautori della decrescita economica prevedono una riduzione dell'impiego di risorsa umana, specie se
pensano che non cresca abbastanza l'innovazione tecnologica.
E' sostanzialmente pacifico che, a valore invariato dei servizi finali resi alla popolazione, le tecnologie basate sulle
energie fossili comportano una progressiva riduzione dell'uso di risorse umane, che già cala riducendo la produzione di cose da consumare.
Invece le tecnologie che sostituiscono le fonti energetiche fossili (acquistate all'estero) con fonti rinnovabili interne e
con maggior efficienza di trasformazione, comportano sempre un maggior bisogno di risorse umane (disponibili all'interno), il cui costo sostituisce quello delle fonti fossili. Quindi aumenta l'occupazione.
A maggior ragione ciò avviene durante lo sviluppo delle nuove tecnologie.
Torno al tema della possibilità di proporre una politica energetica che indirizzi l'attività economica ed i consumi verso la
creazione di servizi al consumo che non abbiano bisogno di fonti energetiche fossili.
Ricordo che nel blog ConcorrenzaEnergetica tale politica energetica è illustrata nelle sue cinque - otto fasi in
successione e vi si spiega perché funzionerà senza creare danni alla economia e perché può essere applicata subito, a partire dai piccoli e grandi ambiti territoriali e settori merceologici.

commento di    studiopolitico 11 giugno 2009
Un esempio di consumi personali sconsiderati è facilmente individuabile nel settore della logistica ed in particolare nei
trasporti e comunicazioni.
Tali servizi al consumo finale sono offerti in parte da soggetti economici ed in parte autogestiti utilizzando energia e
"macchine", o "apparecchi" industriali.
Con riferimento in particolare al trasferimento fisico di cose e persone, il cambio da modalità privata a collettiva del
trasferimento di merci e persone è giustamente considerato una possibile via per ridurre la richiesta d’energia potenziale meccanica pro capite.
Occorre però valutare quanta energia meccanica sia oggi effettivamente sprecata a trasferire persone o cose
unicamente sotto stimoli pubblicitari a consumare.
Del resto, nella comunicazione (= trasferimento di informazioni), l’epoca dei mezzi fisici (posta cartacea e libroni) è in
declino (salvo l’invadenza dei canali cartacei ancora disponibili = buchette della posta, da parte di pubblicità e di altre comunicazioni non richieste dal destinatario.
Si sono visti crescere a sempre minor prezzo (€/TBglobo) i canali di comunicazione immediata (telefono e
videotelefono) o ad immediata disponibilità (internet e posta elettronica), su autorizzazione del ricevente.
Ebbene, la martellante pubblicità a consumare, ha portato un enorme ampliamento delle comunicazioni scritte e
verbali inutili, inclusa certamente la trasmissione immediata di foto e filmati inutili o pericolosi, “tanto costano poco”.
Però la capacità personale di produrre informazione originale e di rielaborare quella ricevuta per decidere
consapevolmente azioni utili a sé, o agli altri, non pare aumentata negli ultimi 50 anni.
Così anche la comunicazione via elettronica è letteralmente intasata da comunicazione non intesa ad informare, bensì
a convincere in modo sempre più tendenzioso: è “informazione pubblicitaria” o peggio.

commento di    sensopratico 12 giugno 2009
Non sono assolutamente d'accordo con la retorica dei “ceti produttivi” (falsamente individuati nei titolari di partita IVA),
tanto cara ai nostrani padroni della pubblicità, ma proprio tale figura può essere posta di fronte alla realtà di fatto della pubblicità.
Certamente i soggetti personalmente più produttivi di beni e servizi per sé e per gli altri da sempre sono poco
disponibili alle comunicazioni non ricercate da loro stessi.
Ma i padroni della pubblicità sono riusciti a convincerli che la pubblicità (non la miglior qualità, o il miglior prezzo) farà
vendere i loro prodotti o servizi più di quelli dei diretti concorrenti.
Certamente è difficile vendere prodotti e servizi forse inutili senza una pubblicità martellante e volutamente mirata a
soggetti deboli od a punti deboli personali largamente diffusi nella popolazione.
Non a caso, soggetti sostanzialmente improduttivi, o perfino perenni parassiti (senza cause di forza maggiore) del
lavoro altrui, che una volta erano emarginati da ogni forma di comunicazione, sono ora spesso in ascolto e/o visione perenne di comunicazioni dettate da altrui interessi.
Ritengo che, come in genere avviene, spostamenti delle ali estreme della distribuzione statistica dei comportamenti
siano seri indizi di spostamento della media.
Anche la proposta di dematerializzare l'attività umana (anche economica) non è quindi sufficiente da sola a far
spostare l'attività umana verso consumi ragionevoli, o meglio, verso attività vitali.

commento di    ggavioli 14 giugno 2009
Questa discussione sulla psicologia di massa della comunicazione potrebbe aiutare a prevedere ragionevolmente le
future richieste di comunicazione elettronica e cartacea.
Bisognerebbe tener ben presente che sono tutte richieste provenienti da mercati d’acquisto che risultano sempre più
drogati dalla pubblicità, che poi li usa come veicoli di sé, come un virus.
Nell'ottica della teoria della decrescita è ovviamente giustificato vedere la pubblicità come male in sé.
Comunque per una società che autonomamente già può raccogliere sempre più facilmente un'informazione
documentata su beni e servizi che valuta utili, la pubblicità è semplicemente uno "spreco di risorse umane", ma anche d'energia, con relativo aumento medio dei prezzi del venduto.
Ma si possono svolgere analoghe e più puntuali considerazioni sul "bisogno di trasferimento fisico di persone e cose".
Quante volte si è indicata l'opportunità di ridurre gli spostamenti fisici delle persone a quelli strettamente non sostituibili
da rapporto mediato dalle moderne telecomunicazioni?
Quante volte si è potuta dimostrare la convenienza generale e personale a preferire le merci provenienti dai luoghi più
vicini?
Ma inutilmente, visto il continuo aumento del traffico privato e di merci sulle nostre strade, ritenute mai abbastanza
capaci di smaltirlo. (non è per caso un rifiuto tossico?)

commento di    ggavioli 15 giugno 2009
L'uso sconsiderato dei mezzi di trasporto fisico potrebbe essere limitato da vincoli logistici largamente concordati, o
almeno esplicitamente motivati e generalmente accettati.
Ad esempio il generalizzato mancato rispetto dei limiti di velocità sulle strade comporta aumento di pericolosità, ma
anche un maggior consumo energetico a pari trasferimento.
Tutti dovrebbero pacificamente accettare almeno che i costi siano conseguentemente maggiorati, incluse sanzioni
rilevanti da devolvere a servizi di pubblica utilità, o ad incentivare l'uso di fonti rinnovabili d'energia.
Purtroppo larga parte del ceto politico tende pericolosamente ad accettare la "richiesta dei cittadini" di un
indiscriminato aumento delle infrastrutture dedicate al trasporto privato e commerciale su gomma.
Come se fosse un'esigenza vitale e non invece prevalentemente dettata dalla pubblicità.
Anche il divieto di usare i mezzi di trasporto più inquinanti nei centri storici (certamente non adeguabili al traffico
tendenziale) è un vincolo logistico all'uso del mezzo privato, più che un contributo certo a ridurre la diffusione delle PM 0,5.
Fortunatamente, un limite logistico finora invalicabile sta almeno nel fatto che generalmente le automobili trasportano
solo il guidatore, che difficilmente potrà guidare contemporaneamente due o più automobili o guidare per molte ore al giorno.



11 giugno 2009

Pubblico interesse

L’azione normativa della Pubblica Amministrazione in un libero mercato delle risorse e dei prodotti deve in primo luogo garantire che la concorrenza sia sempre davvero libera di selezionare le iniziative che meglio rispondono alle richieste di altre attività economiche, o dei consumatori di beni e servizi.
Deve anche evitare, se possibile, che queste ultime richieste siano deformate da pubblicità fallace.
Tipico campo di attività direttamente od indirettamente gestito dalla Pubblica Amministrazione è la promozione e/o la salvaguardia di risorse che i soggetti economici usano (almeno indirettamente), però dandone per scontata la disponibilità (con remunerazione per equilibrio domanda/offerta e trascurando gli aspetti non legati alle attività economiche).
Infatti e attività economiche non si sentono mediamente impegnate a promuovere e salvaguardare direttamente molte risorse sociali strategiche (tra cui principalmente la risorsa umana, il territorio ed i suoi ecosistemi, locali e globali).
Vi è impegnata invece la P.A. fornendo (direttamente o indirettamente) servizi specifici pagati con prelievi fiscali sul valore aggiunto e sulla remunerazione di alcune risorse.
Se tra i consumatori fosse adeguatamente diffusa la consapevolezza della necessità di preservare od incrementare le risorse socialmente strategiche ed altrettanto diffusi fossero i mezzi monetari corrispondenti ai costi reali per ottenere la fornitura dei relativi servizi, i consumatori stessi potrebbero richiedere i servizi a libere attività economiche tra loro in concorrenza.
Questa potrebbe risultare un’opzione meno costosa, a pari qualità di servizio, di quella che può predisporre la Pubblica Amministrazione.
L’offerta da parte di libere attività economiche potrebbe anche adattarsi meglio alle richieste del singolo consumatore, certamente più articolate (ma non è detto più sagge)delle richieste prese in considerazione dalla P.A.
E' tuttavia evidente che "molti se” condizionano il “mercato di consumo” nei confronti di molte risorse di valore strategico.
Spesso le più strategiche hanno valenza solo collettiva, o gli effetti negativi della loro carenza sono dilazionati nel tempo, o pesano su soggetti non in grado, al momento della fornitura dei servizi, di remunerarli e/o valutarne la necessità a confronto con altri beni e servizi, la cui richiesta è magari più stimolata dalla pubblicità, spesso fuorviante.



9 giugno 2009

Economia soggettiva

A) SOGGETTI ECONOMICI E CONSUMATORI
All’interno dell’insieme globale dei fenomeni percepiti, è abbastanza convenzionale separare gli enti attori di scambi di beni e servizi (generalmente con l’intermediazione del denaro) in attivi e passivi.
Tutti i soggetti che prendono decisioni rilevanti dal punto di vista energetico, tecnicamente trasformano comunque beni ed energia in servizi per gli altri o per sé.

La separazione delle tipologie di soggetti decisori di eventi è quindi convenzionale, ma qui si assume come riferimento la distinzione (comunque elastica e permeabile) tra i soggetti titolari di partita IVA e quelli senza partita IVA, in quanto convenzione consolidata ed istituzionalmente formalizzata.

Una rappresentazione delle dinamiche dei mercati, che descriva l’insieme delle richieste di beni e servizi da parte dei singoli individui umani come il “mercato dei consumatori”, può rimanere abbastanza valida anche dopo rilevanti modifiche degli insiemi di fenomeni che si intende descrivere e/o modificare.

B) INDICE UNIFICATO DEL LIVELLO DI ATTIVITA' ECONOMICA
Anche se i fenomeni percepiti come relativi ad una attività economica sono i più vari e spesso non confrontabili tra loro, per tutte le attività economiche reattive alle modifiche percepite in uno o più dei mercati economici dei consumi e/o delle risorse coinvolte, è apprezzabile un movente unico, cioè che il soggetto titolare dell’attività economica ritenga possibile aumentare il valore aggiunto realizzabile dall’insieme delle iniziative assunte.

In un’economia di libero mercato (o meglio dei liberi mercati delle risorse e dei prodotti), l’unico indice di attività capace di confrontare i livelli di attività tra attività diverse è quello che economicamente giustifica il loro sorgere, o l’eventuale abbandono: il Valore Aggiunto prodotto.
La compensazione del capitale e del rischio di impresa sono solo una parte del VA.
D’altro canto è proprio sulla somma del valori aggiunti delle attività economiche e sul loro sviluppo nel territorio, che complessivamente si confrontano traloro le economie di territori diversi.

Il confronto sul PIL ha senso tra sistemi economici quasi stabili. In caso di differenze dei pesi relativi delle principali categorie di attività economiche (agricola, industriale,terziaria, terziaria avanzata, finanziaria), il confronto deve essere arricchito per poter predire i comportamenti economici, specie se si stanno modificando i pesi relativi delle categorie d’attività, o se cambia la disponibilità e quindi la remunerazione delle risorse necessarie (ambiente, territorio, strutture, materie prime, impianti, energia,competenze, assunzione del rischio, iniziativa, capitali).

C) MERCATO ECONOMICO IN EQUILIBRIO DINAMICO
Tra attività economiche analoghe, la valutazione dei livelli d’attività sulla base del Valore Aggiunto appare ancor più valida che tra attività diverse.

Realisticamente l’aumento del valore aggiunto è poi il vero movente della concorrenza tra produttori di beni o servizi analoghi, spingendo ciascuno ad ottenere dal mercato un aumento di richiesta dei prodotti da lui offerti, perfino riducendo temporaneamente il prezzo del prodotto per unità di valore aggiunto.

Infatti, a lungo termine, ciò che determina il successo o l’insuccesso di un’attività economica, all’interno di un “mercato libero dei beni o servizi offerti” più ampio della sua capacità di offerta, è la capacità di offrire un prodotto percepito di pari valore unitario a cui corrisponda un valore aggiunto unitario mediamente maggiore della media dei concorrenti (cioè i soggetti che offrono prodotti che il mercato valuta intercambiabili con i suoi).

Tipicamente, in regime di libera concorrenza, il 5 % di maggior Valore Aggiunto Unitario è la soglia minima che garantisce il successo, mentre il 50 % provoca certamente una rapida espulsione dal mercato dei prodotti dei concorrenti dell’attività economica di successo, almeno fino alla saturazione della sua capacità di offerta.
Ciò che porta il titolare di un’attività economica ad innovare, è la percezione d’un successo possibile, cioè che l’innovazione possa portare al successo (aumento del VA del 5%) l’attività economica complessiva.


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