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11 giugno 2018

Come perseguire scopi condivisibili

Certamente c'è da chiedersi se alcuni tra gli scopi che il nuovo governo vuol perseguire corrispondano ai nostri desideri.
Difficile che lo siano tutti per chi non ha votato contemporaneamente i due partiti ora al governo insieme, ma che si contrapponevano in campagna elettorale.
Difficile però che non ve ne sia nessuno tra quelli espressamente indicati da ambedue i partiti in campagna elettorale.
Spero però sia ovvio che non starò qui ad elencare e facilitare obbiettivi e modalità che proprio non condivido.
Viste le già disponibili comparazioni tra i due programmi elettorali, si possono invece ritenere prioritari alcuni degli scopi già presenti in ambedue.
Obbiettivi che forse possono essere accettati anche da chi non ha votato nessuno di quei due partiti.
E non è detto che, poiché condivisibili, siano obbettivi ovvi. Infatti, se sono problemi per tutti, probabilmente sono anche difficili da risolvere.
E' evidente che anche solo prevedere una scala di priorità si evidenzia un problema di metodo.
Come pure fa parte del metodo (ma anche del merito) stare attenti a rispettare la Costituzione e le autonomie territoriali.
Un campo d'intervento politico che tutti ritengono importante sembra, ad esempio:
Risolvere seri problemi nella Pubblica Amministrazione: Efficienza, Trasparenza, Discrezionalità, Sussidiarietà, Corruzione.


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27 maggio 2018

Responsabilità sociale per chi conosce tecniche economiche di stimolo alla qualità

Qualcuno conosce come incidere sulle scelte di qualità dei fornitori dei prodotti che i consumatori acquistano e dei consumatori stessi?
Questo o questi hanno la possibilità di far scegliere alla Rappresentanza Politica d'un Territorio una tecnica politica efficace ed indipendente da livelli territoriali più vasti?
Costoro hanno allora la responsabilità di far applicare tale tecnica efficace per migliorare la qualità di vita delle persone in quel territorio.
Però la possibilità dipende dall'ascolto ottenuto presso la Rappresentanza Politica del Territorio a cui si arriva tramite i soggeti intermedi tra singolo e società, tra cittadino e stato.
L'insieme delle Politiche di Stimolo Differenziale che conflisce nella Politica Differenziale Generalizzata può essere usato per migliorare molti aspetti della vita dei singoli e con questo di molti indicatori collettivi, tra cui la riduzione dei rischi di sistema, col beneficio di un aumento del PIL distribuito in modo più uniforme tra i ceti sociali.
Tuttavia già scegliere tra le PSD possibili inquadra certamente una scelta politica.
Anzi scegliere le priorità delle PSD tramite i canali della partecipazione dal basso è già una scelta di campo.
Spero che i lettori responsabili degli attuali 61.400 accessi a questo blog si rendano conto che non ci si può fermare ad una discussione accademica.
--
Si consideri, ad esempio, l'insieme ampio, ma circoscritto, di coloro che scommettono sui valori in Borsa delle azioni, che sono offerte dai Soggetti Economici per finanziare le loro attività finalizzate a fornire beni e servizi richiesti dal consumo finali.
Certamente è preferibile che gli utili per le scommesse in Borsa provengano di più dalla partecipazione agli utili dei Soggetti Economici che dalle scommesse sulle oscillazioni a breve termine dei valori delle stesse azioni.
Per l'Interesse Generale ciò è preferibile perché l'aumeto dell'utile dei Soggetti Economici che operano nell'economia reale è sempre correlato all'aumento del Valore Aggiunto da loro prodotto, che comporta un aumento di distribuzione di remunerazione a tutti gli attori dell'economia reale.
Essendo caratteristica intrinseca di ogni PSD, il trattamento fiscale complessivo degli "investimenti in Borsa" non è modificato dalla PSD(tempo, investimento), che però premia chi trattiene in sua proprietà effettiva le azioni per più tempo della media e specularmente penalizza chi le trattiene per un tempo inferiore alla media.
E' ovvio che così è favorito l'investitore che conosce davvero le potenzialità a lungo termine dei Soggetti Economici emettitori di azioni quotate, ma ciò è esattamente lo scopo originario delle emissioni di azioni.
A ben vedere questo è anche un modo per aumentare la dotazione effettiva di capitale delle SPA, riducendo la possibilità di sottrarre risorse economiche agli operatori dell'economia reale, specie se sottratte scommettendo sull'insuccesso della stessa e magari causandolo.
Peraltro [ma si obbietterà che è un'affermazione partigiana], tale estrazione di risorse dall'economia reale va ora prevalentemente ad aumentare le diseguaglianze sociali.


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22 maggio 2018

Caratteristiche Rilevanti di interesse solo pubblico gestite dalla PDG

Nel post del 28/03/18 sono elencati temi la cui gestione ottimale certamente migliorerebbe la qualità di vita delle persone presenti su un territorio.
Per molti di questi temi le modifiche a Caratteristiche Rilevanti fatte per utilità alla generalità dei presenti sul territorio non danno benefici diretti a chi deve assumere le decisioni corrispondenti ed anzi per lui possono risultare sconvenienti.
Qui si fanno due esempi (molti altri sono possibili) di Caratteristiche Rilevanti le cui modifiche sono d'interesse solo per la Generalità delle persone presenti sul territorio.

1. Gas ad effetto serra
Ridurre l'emissione di CO2 e degli altri gas ad effetto serra [GHG] dovuti alle attività umane è giustamente considerato solo d'Interesse Generale.
Le emissioni di GHG provenienti dalla produzione e dall’uso dell’energia sono quelle meno difficili da ridurre e ne sono anche la quota preponderante (in Italia oltre l’80%).
Ridurle però interferisce con aspetti microeconomici rilevanti, poiché da alcuni secoli l’energia (prevalentemente ottenuta da fonti minerali) è considerata indispensabile per gran parte delle attività umane, specie quelle che appaiono economicamente più redditizie.
Ricordo poi che in effetti il territorio d’interesse per la riduzione dei GHG è l'intera Terra.
Globalmente e con riferimento al freno dato dai cambiamenti climatici all'economia mondiale nel 2050, il costo per l'emissione di GHG nel 2006 è stato valutato 200 €/tCO2.
Per l'Italia che importa gran parte delle Fonti Energetiche Minerali (spendendo 60 G€/a per 0,4 GtCO2/a) il costo specifico è più alto della media mondiale di 60/0,4 = 150 €/tCO2.
Così in Italia, ridurre di 1 tCO2eq l'emissione di GHG crea un vantaggio macreconomico complessivo di 350 €.
Quindi il valore macroeconomico dell'emissione potenziale di GHG utilizzata (o ceduta ad altri) in Italia risulta:
V(GHG) = -350 € / tCO2
I fornitori dei prodotti energetici (energia elettrica e combustibili gassisi, liquidi e solidi) sono i soggetti responsabili di gran parte delle emissioni (dirette ed indirette) di GHG e per questi Soggetti Economici il livello d'attività a cui riferire l'intensità carbonica potenziale dell'attività è comunque il Valore Aggiunto prodotto in Italia.
Per altri soggetti, responsabili di quote assai minori d'emissione di GHG, il livello d'attività deve essere identificato dallla Rappresentanza Politica con riferimento all'attività svolta.

2. Risorse umane
Se le attività economiche utilizzano e remunerano di più la risorsa umana, [nelle varie congiunture dei cicli economici] per ogni € di maggior remunerazione della risorsa umana, il vantaggio complessivo medio macroeconomico, è circa 2 € [per l'aumento medio atteso della circolazione monetaria].
Quindi il valore macroeconomico della remunerazione della risorsa umana risulta:
V(remunerazione risorsa umana) = V(RRU) = 2 € / €(RRU).
Per i prestatori d'opera l'aumento della remunerazione della risorsa umana è ovviamente un vantaggio microeconomico, mentre per i datori di lavoro è un costo (anche se non al 100 %, potendo far ridurre altri costi).
Comunque, come soggetti decisori, le PSD(RRU, NACE) fanno riferimento a soggetti economici datori di lavoro di stesso codice NACE e l'intensità della remunerazione della risorsa umana è il rapporto tra l'importo della remunerazione della risorsa umana ed ovviamente il Valore Aggiunto prodotto in Italia dal Soggetto Economico.
Tale intensità è certamente una Caratteristica Rilevante di quella attività economica.
Caratteristica Rilevante da confrontare tra soggetti a pari codice NACE.


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3 maggio 2018

Quanto vale lo stimolo a ridurre l'intensità energetica in produzione

L'intensità energetica media nazionale nella produzione di beni e servizi è circa 0,1 €(Erg)/€(VA).
In un gruppo NACE con m(Erg,NACE)=0,2 [es. produttori di piastrelle ceramiche NACE=23.31], probabilmente
F(Erg, NACE) = V(Erg)*IR(Erg)*m(Erg, NACE) = -1*0,8*0,2 = -0,16.
Ad un SE con Q(Erg)/VA =0,15 è attribuito AAA = VA *(-0,16) * (0,15/0,2 -1) = VA * 0,04
Ad un SE con Q(Erg)/VA =0,25 è attribuito AAA = VA * (-0,16) *(0,25/0,2 -1) = -VA *0,04
Quindi lo stimolo a ridurre l'intensità energetica del (0,25-0,15)/0,25 = 40 %
vale l'8 % del VA, che è uno stimolo significativo a parità d'altre condizioni.

L'esempio evidenzia pure che lo stimolo cresce per più alti valori di m(Erg,NACE) e per forti differenze tra i soggeti con lo stesso codice NACE nei valori di Q(Erg)/VA.
Quindi è proprio in tali gruppi NACE che si deve iniziare ad applicare le PSD(Erg).
Ricordo che l'applicazione delle PSD non incide mai sui bilanci pubblici, né, a pari qualità media, aumenta il prezzo medio del tipo di bene o servizio corrispondente.



30 aprile 2018

Come convincere i Soggetti Economici a ridurre l'intensità energetica in produzione

Entro marzo, i Soggetti Economici con una certa attività (d'intensità energetica media superiore alla media) in un dato territorio, trasmettono, a banca dati on-line della Rappresentanza Politica del Territorio corrispondente, queste informazioni per l'anno precedente:
CF = Codice Fiscale (o Partita IVA)
NACE = Codice Attività Economica (norma fiscale europea)
Q(Erg) (€/a) = Costo per acquisto di Vettori Energetici (da bilancio fiscale)
VA (€/a) = Valore Aggiunto prodotto (da bilancio fiscale)
La banca dati è sempre visibile per tutti i SE del gruppo NACE del territorio, ultimo aggiornamento il 31 marzo.
In automatico, dai dati della banca, è calcolata l'intensità energetica media dell'attività di quel gruppo nell'anno precedente:
m(Erg, NACE) = (somma Q(Erg, NACE)) / (somma VA(NACE))
Entro aprile, la RPT competente rende noto ai SE del gruppo NACE m(Erg, NACE), nonché il Fattore di Rilevanza dell'acquisto d'energia per quel gruppo:
F(Erg, NACE) = V(Erg)*IR(Erg)*m(Erg, NACE)
Entro giugno, ogni SE di quel gruppo regola la transazione d'Assegnazione Annuale Automatica, con F24 indirizzato alla cassa di compensazione specifica (vigilata dalla RPT competente):

AAA (€/a) = F(Erg, NACE) * VA(SE, NACE) * ((Q(SE, Erg) / VA(SE, Erg)) / m(Erg, NACE) -1)

Naturalmente, per i SE corrispondenti ad una metà del Valore Aggiunto prodotto in codice NACE in quel territorio, AAA risulta positiva e, per i SE corrispondenti all'altra metà, AAA risulta negativa.
Con transazioni corrispondenti alle dichiarazioni, la cassa di compensazione ha bilancio nullo.
Poiché le informazioni sintetiche sui singoli SE sono rese disponibili a tutti i SE coinvolti nella stessa PSD, la RPT non è la sola a vigilare sulla correttezza dei SE. Questa è ben garantita dal controllo tra pari, che riduce anche i rischi di corruzione nella Funzione Pubblica.
In definitiva risulta evidente l'interesse di tutti i SE del gruppo NACE a vigilare sulla correttezza degli altri SE di quel gruppo, nelle dichiarazioni e nelle transazioni.
E sono pienamente legittime azioni legali collettive contro eventuali SE fraudolenti.
Economia, trasparenza, azione legale collettiva



23 aprile 2018

Politiche di Stimolo Differenziale per ridurre la spesa energetica

L’Intensità Energetica è una Caratteristica Rilevante di ogni attività umana ed in PDG è definita:
(costo dell’energia utilizzata per l’attività) / (scopo misurabile dell’attività)
L’intensità energetica dei singoli processi produttivi di beni e servizi offerti al consumo, nonché quella delle “macchine commerciali” [beni durevoli acquistati per ottenere servizi finali], ovviamente portano al rapporto macroeconomico complessivo intensità energetica dell’economia: (costo energia) / PIL
Quando un territorio deve importare gran parte dell’energia usata (come l’Italia), ridurre l’intensità energetica significa aumentare il PIL almeno di tutto l’acquisto all’estero di Vettori Energetici Commerciali, o di Fonti Energetiche grezze.
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Vettori Energetici Commerciali
Indipendentemente da come sono ottenuti, sono propriamente quelli offerti dai fornitori ed acquistati dagli utilizzatori e comprendono l'energia elettrica ed i combustibili commercializzati: gassosi, liquidi, solidi.
Nelle PSD(Erg) gli utilizzatori d'energia commerciale non sono valutati in base alle Fonti Energetiche grezze utilizzate dai fornitori per ottenere i vettori d'energia, ma solo rispetto alla spesa per acquistare VEC.
Quindi, nelle PSD(Erg) gli utilizzatori di energia non vengono limitati nell'autoprodurre energia (così riducono la spesa in VEC), naturalmente nel rispetto dei beni comuni non rinnovabili del territorio.
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Peraltro, anche senza incentivi ed agli attuali livelli medi d’intensità energetica, ridurre l’intensità energetica risulta conveniente agli utilizzatori dell’energia commerciale.
Il costo complessivo dell’energia utilizzata in Italia è circa 150 G€/a di cui circa 60 G€/a spesi all’estero.
Ovvero la variazione di PIL correlata all’energia importata in Italia risulta: SVSG(Erg) = -60 G€/a
Quindi l’intensità energetica tocca un interesse chiaramente convergente tra pubblico e privato.
L’energia usata per produrre beni e servizi offerti al territorio, ha quindi in Italia, un valore patrimoniale di Interesse Generale negativo pari a -60/150 = V(Erg, gen) = - 0,4 (€/€erg)
Ma per l’ovvio concomitante interesse individuale, è invece: V(Erg, ind) = - 1,0 (€/€erg)
Il Fattore valorizzante per un gruppo omogeneo è F(Erg) (€/a/umLA) = - 1 * IR(Erg) * mE
L’intensità energetica media del VA dei Soggetti Economici risulta mmE = 0,1 €e/€VA


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29 novembre 2009

Da PIL a Prodotto Interno Utile

La ricerca d'un indicatore unificato della sostenibilità economica e sociale del complesso delle attività economiche svolte in un territorio è tema ampiamente dibattuto a molti livelli ed in via ufficiale (vedi UE_st12739.it09.pdf ).
Per i fini di questa discussione, ricordo che il valore aggiunto ricavato da ogni attività economica (qualunque, anche la più criminale) dopo uno o più passaggi di mano è ovviamente destinato ad acquistare beni e servizi richiesti dai consumatori finali.
Infatti i consumatori finali ricevono (in quote più o meno eque) tutto (tranne le tasse) il valore aggiunto ricavato dall'attività economica entro la quale operano usando le risorse di cui sono portatori.
Solo in tal senso (valore aggiunto ricavato e disponibile per il consumo) tutte le attività (e tutto il PIL) sono di sviluppo dei consumi finali sul territorio (tranne i capitali mandati all'estero di nascosto).
L'ottica mercantilistica per cui "l'unico beneficio rilevante è il valore aggiunto ricavato dalle attività economiche" deve però essere almeno accompagnata (se non sostituita) dalla valutazione, in termini di utilità per il benessere umano, dei beni e dei servizi offerti in definitiva al consumo finale dalle filiere di attività economiche .
Si può quindi ragionevolmente affermare che certamente una parte del PIL corrisponde ad una perdita di benessere dei consumatori, ad esempio la parte destinata solo a riparare danni che potevano essere evitati.
Poiché le attività economiche non sono tutte svolte per rispondere a richieste dirette dei consumatori una  distinzione si può effettuare associando l'utilità delle attività economiche (quindi del valore aggiunto ricavato) alla richiesta da parte dei consumatori dei beni e servizi prodotti.
Infatti le filiere di attività economiche possono indifferentemente fornire ai consumatori beni e servizi fruibili (tra cui quelli culturali e turistici, ma anche d'evasione), o riparare danni di varia natura (tipici quelli creati dalle guerre, ad alto costo economico e ad alto malessere fisico e morale per tutti), ma si deve ricordare che le risorse economiche effettivamente disponibili in un dato momento o entro un tempo dato sono comunque limitate.
Suddividendo il PIL in base ai fini delle attività che lo compongono (cioè in ordine decrescente di fruibilità al consumo dei beni e servizi realizzati dalle filiere di attività economiche e dai settori della pubblica amministrazione) si vedrà che:
- alcune voci di spesa alimentano le filiere di prodotti richiesti dai consumatori,
- altre voci di spesa sono di manutenzione di beni strumentali ai prodotti richiesti dai consumatori,
- altre voci di spesa sono di ricostruzione di beni strumentali o di strutture di servizio,
- altre sono di puro danneggiamento di beni e di strutture di servizio, cioè sperpero di risorse spesso non rinnovabili.
E' vero che alcune attività di utilità (che cioè rispondono ad esplicite richieste dei consumatori) offrono beni e servizi non molto utili (o perfino dannosi), tuttavia l'utilità delle richieste dei consumatori non può essere messa in dubbio senza cadere nello stato etico (o scoprire che la pubblicità distorce il mercato).
Poi i beni e servizi finalizzati a danneggiare cose e persone vanno ridotti il più possibile (ma non pare chiaro per tutti).

Un indicatore economico territoriale è utile solo se è significativo in un bilancio delle attività economiche del territorio.
Il PIL indubbiamente somma tutti i costi interni ad un territorio e, insieme alla Bilancia dei Pagamenti del territorio, rende conto dei costi globali sopportati per sostenere le attività economiche attive nel territorio.
Le valutazioni già fatte sul PIL chiariscono che di per sè non crea benefici, se non ipotizzando che i (costi interni = ricavi per i percettori) siano spesi dai percettori a proprio beneficio (per definizione e senza controprova).
La Bilancia dei Pagamenti dice quantomeno che quello che è speso all'estero più dei ricavi all'estero a pari costi globali, riduce il PIL, cioè i ricavi delle attività residenti nel territorio e che ciò riduce quasi certamente la quota di potenziali benefici per le persone fisiche che operano nelle attività economiche residenti.
L'indicatore economico territoriale che si propone dovrà essere assai più direttamente significativo di benefici effettivi per i residenti nel territorio di riferimento.

L'economia del territorio può essere vista come una macchina (o scatola nera) che riceve risorse (dall'interno e dall'esterno) e le trasforma in beni e servizi finali al consumo (per l'interno e per l'esterno).
Per fare un bilancio del genere è certamente decisivo definire quali siano i "beni e servizi finali al consumo".
Nella composizione stessa del PIL, secondo criteri accettati internazionalmente, sono evidenziate attività economiche lecite finalizzate a fornire beni e servizi finali che è facile concordare che siano direttamente "utili".
Naturalmente altrettanto "utili" sono le filiere produttive lecite che da fonti energetiche ed altre materie prime (elaborate dalla risorsa umana) rendono disponibili questi stessi "beni e servizi finali al consumo".
I corrispettivi delle filiere produttive che forniscono i "beni e servizi finali al consumo" che pervengono ai residenti nel territorio, in quanto corrispondenti a benefici certi per i residenti nel territorio, possono essere definiti ricavi economici di benefici per il territorio e classificati come quantità positive in un bilancio dei benefici.
Il PIL somma sia i costi corrispondenti ai benefici, sia tutti gli altri costi che non danno benefici, neppure indiretti, ai residenti nel territorio, o perfino li danneggiano, che poi comportano costi per le riparazioni.
Così, in termini di costi e benefici, è possibile fare un bilancio economico di un territorio capace di valutare l'efficienza della sua economia nel fornire benefici ai residenti.
L'efficienza può essere rappresentata come il rapporto tra (benefici ottenuti) e (costi sostenuti), ove certamente:
benefici ottenuti = "beni e servizi finali al consumo" riconosciuti come benefici e valutati in base ai costi corrispondenti;
costi sostenuti = PIL + perdite bilancia dei pagamenti del territorio.

Si fa notare che rimangono espressamente fuori dalla valutazione economica dei "benefici ottenuti" tutte le attività fuori mercato, cioè a fronte delle quali non viene creato reddito per le persone che operano nell'attività (es. volontariato).
Un indicatore per valutare anche l'utilità (o la dannosità) di attività non economiche non può essere definito indicatore economico, né macroeconomico, ma indicatore metaeconomico territoriale (qualcuno direbbe indicatore di felicità).
Con l'indicatore economico che si vuol confezionare non si pretende di arrivare a misurare la felicità, ma solo a misurare l'efficacia dell'economia del territorio nel fornire beni e servizi ritenuti effettivamente utili da consumatori residenti consapevoli dei loro bisogni vitali.

La bozza di definizione del Prodotto Interno Utile (PIU) del territorio è:
PIU = sommatoria, dei valori aggiunti corrispondenti alle filiere che forniscono i "beni e servizi finali al consumo" che sono riconosciuti come benefici, in quanto espressamente richiesti nel territorio.
La definizione abbozzata di PIU è già molto significativa circa la capacità dell'economia del territorio di soddisfare i bisogni vitali dei suoi abitanti e risulta quindi in grado di distinguere tra tutte le attività costose (tutte quelle economiche) quelle che direttamente e volutamente provocano danni che devono poi essere espressamente riparati.
Il costo complessivo di queste attività dannose (ricavi delle attività dannose + costi di riparazione) è definibile come Prodotto Interno Dannoso (PID) ed in termini di bozza di definizione è ovviamente:
PID = PIL - PIU
Quando però si deve valutare un'attività inserita in una filiera che fornisce beni e servizi riconosciuti utili, ma sull'utilità dei quali il parere non è unanime, è opportuno assegnare a tale attività un valore aggiunto utile:
VAU = costo utile = VA * (quota di consenso filiera prodotto)
Con questa più accurata valutazione statistica d'utilità (indispensabile per valutare anche beni e servizi costosi non regolati dal mercato economico e su cui decidono i "politici" usando il prelievo fiscale), è possibile posizionare le attività economiche e quelle della pubblica amministrazione competente per territorio in una scala continua d'utilità.
Quanto fin qui esposto giustifica la ragionevolezza di suddividere semplicemente il PIL in PIU e PID.
Come detto, già questa suddivisione permette di valutare in modo più significativo lo sviluppo della risposta alle richieste dei residenti nel territorio, nonché l'efficienza dell'economia del territorio nell'usare le risorse economiche effettivamente disponibili per ottenere beni e servizi richiesti dai residenti.




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20 novembre 2009

Ci guida uno stupido?

La domanda non riguarda qualche politico che pensa di essere il Padreterno, ma la ragionevolezza di subordinare ogni decisione politica ai suoi esiti economici ed in particolare all'aumento del PIL.
I fautori della Decrescita Felice affermano che la drastica riduzione delle transazioni economiche sia compatibile con il soddisfacimento delle esigenze vitali, anzi sia perfino necessaria a tal fine.
Non è chiaro se essi vogliano dimostrare che tutti i servizi finali al consumo potrebbero essere ottenuti senza transazioni economiche, primariamente con l'autoproduzione e secondariamente con lo scambio di beni o servizi.
Non è chiaro se essi ritengano perciò automaticamente non rispondenti ad esigenze vitali tutti i beni ed i servizi che non si possono autoprodurre, o almeno scambiare tra due persone ognuna delle quali deve aver bisogno proprio in quel momento di quanto l'altra persona può offrire.
Mi sembra che lo scopo fisiologico del denaro sia essere un mezzo d'intermediazione accettato da tutti per evitare l'obbligo di "scambio di beni o servizi richiesti di pari appetibilità" e quindi evitare che ogni persona debba fare lunghe ricerche per trovare un tale scambio soddisfacente, senza resto e senza che una parte prevarichi sull'altra.
Mi sembra che, senza denaro (che preferisco virtuale e tracciabile), non sia facile soddisfare molte esigenze che ritengo per me vitali, come: assistenza sanitaria, istruzione, infrastrutture, previdenza, servizi specializzati alle singole persone, beni complessi, servizi alla collettività, studi scientifici di base.

Purtuttavia, mi priverei volentieri:
- dei beni e servizi non chiesti dal pubblico; che quindi hanno bisogno di pubblicità per poter essere richiesti;
- della pubblicità che (quasi sempre) cerca di falsare il valore reale dei beni e servizi su cui dovrebbe informare;
- di risorse economiche che siano molto al di là delle mie personali esigenze (e vi ho rinunciato), anche se in Italia il mio lavoro intellettuale può generare risparmi economici reali di 50 G€/a nei prossimi 20 anni;
- della sensazione che molto denaro mi possa far credere legittimo comprare tutto (e vi ho rinunciato), compresa la credibilità di alcune persone e la credulità di molte altre.
- del denaro da usare come posta di scommesse, qualunque sia l'oggetto o l'altrui attività su cui scommettere.
- delle bolle speculative, della distruzione di risorse non rinnovabili, della svalutazione delle risorse umane (rinnovabili e sviluppabili), delle guerre.

Detto ciò, non mi priverei però degli scambi economici tra individui, gruppi di persone e territori.
Poter paragonare in denaro (risorsa polivalente) i beni ed i servizi che individualmente (od in modo associato) offriamo o chiediamo per rispondere a bisogni vitali (od almeno reali e non distruttivi), mi sembra finora un modo insuperato per stimolare il miglioraramento della qualità di beni e servizi forniti a richiesta.
Mi chiedo però se, nelle scelte che ci coinvolgono tutti, sia il caso di farci guidare da un indicatore stupido come il PIL.
Per prendere decisioni per un'intera economia territoriale (macroeconomia), certamente preferirei avere uno strumento di misura che non mi valuti positivamente anche tutte le cose che ritengo "così negative da volermene privare".
Il PIL invece, valutando solo il corrispettivo economico riconosciuto di fatto ai soggetti che agiscono perché pagati da altri, non distingue tra gli effetti buoni o cattivi delle azioni umane ricompensate con denaro.
Occorrerebbe almeno vedere le azioni umane anche dal punto di vista dei destinatari dell'agire ed allora le si potrebbe distinguere tra azioni richieste e azioni non richieste, tra azioni di riparazione di danni e azioni dannose.
Dal punto di vista dei destinatari una guerra è certamente un fatto negativo, mentre per il PIL è comunque aumento di circolazione di denaro (in quanto costringe a spendere) che poi verrà speso, si spera, in cose meno distruttive.
Anche le grandi opere per il PIL sono comunque un aumento del reddito di soggetti che si spera lo spendano per soddisfare esigenze vitali, o almeno generalmente considerate utili.
Perché però non spendere subito lo stesso denaro per opere (grandi o piccole) che tutti considerano utili?
Il PIL cresce ugualmente e gli italiani trovano già fatte cose molto più utili di opere la cui utilità è controversa.
Anche costruendo opere utili, ma facendole male, il PIL cresce come a farle bene. Anzi cresce anche di più.
Ma il costo per demolire opere sbagliate e ricostruirle giuste, pur essendo sempre aumento di PIL, comporta un danno collettivo certo. Cioè la carenza di servizi finali utili, per i quali il denaro pubblico verrà certamente a mancare.
Non basteranno nemmeno gli investimenti privati, se sono dirottati su attività inutili, o dannose, o sbagliate, o in ritardo.

Da quanto fin qui esposto si direbbe che basta evitare spese inutili o dannose perché sia possibile che ad una riduzione del PIL corrisponda un aumento di servizi finali al consumo, proprio di quelli richiesti dai consumatori.
Questo miracolo lo chiamiamo Decrescita Felice? O aumento di felicità per molti?
Forse. Ma dovrebbe essere chiaro a tutti che non basta ridurre il PIL per evitare spese inutili, o dannose.
Anzi, restrizioni alla capacità di spesa di gruppi sociali già svantaggiati (a cui la pubblicità fa ritenere necessario il superfluo ed il dannoso), causano tensioni sociali e spese per sicurezza e/o riparazione di danni (da evitare).
Cioè un'incontrollata decrescita del PIL molto facilmente diventa infelicità per molti.
Chi promuove la Decrescita Felice pensa che la legittima critica del PIL come unico misuratore di sviluppo giustifichi il rifiuto della competizione economica come fattore positivo di sviluppo.
Ritengo ingiustificato arrivare ad una simile conclusione.
La competizione economica non è fondata sul PIL.

Tuttavia le considerazioni fin qui svolte motivano la ricerca d'un indicatore della qualità dell'attività economica che sia meno stupido del PIL, ma che sia comunque univoco nel valutare l'efficienza dell'economia d'un intero territorio.



31 luglio 2009

Le politiche di stimolo differenziale possono orientare l'uso delle risorse critiche

La politica energetica differenziale è solo un'applicazione mirata di un più generale "modello di azione pubblica" per la gestione delle risorse disponibili sul libero mercato.
Come già notato nei post del 27/05/09 della rubrica "diario" e del 09/06/09 della rubrica "documenti fondamentali", nonché negli ultimi commenti all'intervento del 19/05/09 degli ecologisti democratici dell'Emilia Romagna, vi sono silmilitudini nei comportamenti medi statistici dei soggetti economici circa le varie risorse usate per fornire al mercato i beni od i servizi tipici dell'impresa.
Nella rubrica "Politica energetica 2009" esaminando la possibilità di orientare l'uso delle risorse energetiche in vari ambiti territoriali e merceologici, si è dimostrato che, nel merito:
- Sono possibili decisioni tecnico-economiche che riducono l'uso di una risorsa a pari prodotto offerto al mercato da una attività economica.
- A parità di tecnologia produttiva apparente, tra soggetti concorrenti noti la dispersione dell'incidenza del costo di una risorsa sui costi produttivi in genere è molto di più di un ragionevole 10 % dell'incidenza media.
- Sostituendo parte della risorsa critica con altre disponibili, quasi mai si peggiora il bilancio dell'attività, anzi spesso si trova un più conveniente utilizzo delle risorse produttive.
- Ogni decisione innovativa comporta un "rischio tecnologico", cioè di investire in una tecnologia che potrebbe non dare i risultati attesi.
- Mediamente l'innovazione tecnologica migliora le prestazioni economiche della singola attività ed ancor di più il PIL corrispondente, in genere aumentando l'incidenza di risorse economiche ed umane.
- Senza attingere a finanziamenti pubblici, né modificare il prezzo medio dei beni e servizi offerti al pubblico, si possono orientare le scelte tecnologiche soggettive verso una diversa incidenza delle risorse produttive (ambiente, territorio, strutture edilizie, materie prime, macchinari, energia, competenze del personale, assunzione del rischio, iniziativa tecnologica, capitali), abbassando l'incidenza della risorsa il cui uso deve essere ridotto per motivi di interesse generale.
- Un'adeguata pressione economica differenziale sulle decisioni tecnico-economiche che modificano l'incidenza delle risorse nel produrre i beni od i servizi nelle attività che usano la risorsa da risparmiare è in grado di indurre i decisori economici a spostare le preferenze d'acquisto o di ristrutturazione (al momento per loro più opportuno) da una tecnologia usuale ad una tecnologia con minor incidenza di quella risorsa.
- La pressione economica differenziale, si esprime come prezzo unico nazionale della Risorsa, cioè in euro per unità di misura della risorsa "punR  €/UMR" e si applica solo all'interno di ambiti (o filiere) merceologici ove tutti i soggetti economici sono già tra loro concorrenti noti sulla convenienza del prodotto tipico per il consumo e diventano quindi concorrenti palesi anche sulla riduzione dell'uso di quella risorsa.
- La procedura generale, per ridurre l'uso di una risorsa in un intero settore merceologico, prevede la creazione di un consorzio tra i concorrenti noti, il rilevamento della quantità totale di risorsa "QR UMR/a" consumata e di Valore Aggiunto "VA M€/a" generato da ciascun consorziato e dall'intero consorzio.
sQR e sVA sono le sommatorie estese a tutto il consorzio.
I consorziati che usano la risorsa con intensità IR=QR/VA UMR/M€ minore della media IRm=sQR/sVA, ricevono annualmente un beneficio BN = punR*(IRm-IR)*VA.
Per la stessa formula i consorziati con IR>IRm sono penalizzati da un beneficio negativo.
Benefici, penali (ovviamente a bilancio nullo nel consorzio) ed i dati per calcolarli, sono resi pubblici.
Se la velocità di Riduzione Effettiva dell'uso della Risorsa  vRER  UMR/anno^2 non raggiunge il valore richiesto dall'interesse generale vRRR UMR/anno^2, per riallineare il calendario, dall'anno successivo punR è fissato a
punR(aa+1)=1,5*punR(aa)*vRRR/vRER  €/UMR
Comunque il valore corrente di punR non deve calare nel tempo, per non ridurre la redditività degli investimenti a medio e lungo termine effettuati per contenere l'uso della risorsa in questione.

Con adattamenti ad ambiti di concorrenti più o meno ampi, si è usato tale "modello d'azione pubblica" per assemblare la Politica Energetica Differenziale e le sue due estensioni ai gas serra non provenienti da carbonio fossile ed all'efficienza delle trasformazioni energetiche più rilevanti.
In questa rubrica si intende valutare l'applicabilità di questo modello d'azione pubblica nel ridurre l'uso improprio di qualunque altra risorsa strategica e per scopi anche più generali, riferibili non solo ai soggetti economici strettamente in concorrenza.
Infatti l'applicabilità di qualunque azione di stimolo dipende dalla esistenza di scelte soggettive coscienti tra comportamenti alternativi che si possano orientare verso la massima convenienza generale.
L'elenco di possibili interventi sembra lungo, ma in questa rubrica ci si limita a valutare le possibilità di applicazione di questo modello d'azione pubblica in alcuni settori critici in cui l'intervento pubblico tradizionale e quello privato non sembrano ottenere risultati adeguati ai costi corrispondenti:
Danni alla salute da fumo di tabacco
Danni alla salute da uso di sostanze psicotrope
Danni da uso improprio del territorio
Evasione fiscale dei soggetti economici
Evasione fiscale delle persone fisiche
Gestione dei rifiuti speciali
Gestione dei rifiuti solidi urbani
Incidenti stradali
Infortuni sul lavoro e malattie professionali
Opere pubbliche tecnicamente inadeguate e in ritardo
Pensioni a soggetti troppo giovani

Prima di affrontare la valutazione di fattibilità di interventi sui singoli argomenti, ho intenzione di attendere almeno qualche commento all'impianto generale di questo tipo di "azione pubblica per orientare i soggetti decisori verso comportamenti coscienti che risultano utili alla collettività, senza attingere alla finanza pubblica, né creare nuove tasse, burocrazia e reati".
Invero le scarse risposte alla mia proposta di Politica Energetica Differenziale non mi rendono ottimista circa la possibilità che si svolga una seria discussione nel merito delle singole politiche differenziali impostabili.
Gabriele Gavioli 
gabrielegavioli@tin.it




permalink | inviato da ggavioli il 31/7/2009 alle 23:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


26 giugno 2009

Politica mirata delle risorse critiche

La gestione complessivamente ottimale delle risorse disponibili in un dato territorio, o da acquisire all'esterno, è un problema del tutto generale ed i residenti nel territorio possono ed in alcuni casi devono, accordarsi per una condotta comune, anche delegando l'adatto livello amministrativo territoriale alle azioni più adatte perché tutti si adeguino.
Alcune risorse sottoutilizzate possono essere incentivate, mentre altre disincentivate per i più svariati, ma concordati motivi.
Le risorse energetiche non rinnovabili rientrano certamente tra le risorse il cui uso deve essere ridotto il più possibile e le azioni amministrative capaci di raggiungere lo scopo con i minori danni all'economia del territorio hanno forti analogie con quelle che si possono adottare per salvaguardare altre risorse usate dalle attività umane sul territorio, incluso il territorio stesso.
Per ridurre l’uso di una risorsa costosa, in alternativa alle modalità attuali già evidenziate come pericolose per l'economia territoriale, è possibile formulare una nuova modalità d’intervento della Pubblica Amministrazione.
Tutte le proposte in campo andrebbero poi valutate alla luce di alcuni obbiettivi di buona qualità amministrativa:
- minimo costo regionale per raggiungere l’obbiettivo di ridurre l’uso della risorsa senza ridurre i servizi ai residenti;
- semplicità e minimo costo di rilevamento dei dati necessari per attivare l’intervento amministrativo;
- indipendenza del risultato dalla segmentazione delle varie filiere produttive dei settori economici coinvolti;
- minimo aumento del costo medio della risorsa da disincentivare;
- minima giustificazione per aumenti dei prezzi dei prodotti al consumatore finale;
- minima stimolazione a cambiare i prodotti, ma preferenza per i prodotti a maggior valore aggiunto nel territorio;
- nessun dirigismo pubblico in campo tecnologico, salvo eventuale delega per il controllo dei risultati;
- l’azione pubblica in campo scientifico deve essere istituzionale, preferibilmente ricerca di base a carico della fiscalità generale;
- nessuna convalida pubblica di tecnologie finalizzate, o premi agli utilizzatori di tecnologie particolari, nemmeno per dimostrazioni.

Ci si deve interrogare anche sui possibili tempi di transizione di un’intera economia territoriale da un uso generalizzato d’una risorsa critica ad una consistente riduzione del suo uso.
Bisogna infatti riconoscere che, per ogni singolo settore produttivo, non ci si può attendere passaggi generalizzati (entro 5 anni) da tecnologie più costose ad altre anche meno costose a regime (anche se disponibili da tempo), se questo passaggio non provoca una riduzione tendenziale del prezzo del prodotto al consumatore superiore al 2 %. (questo è il minimo per avviare il motore della libera concorrenza in settori economici considerati maturi; oltre il 5 % per settori in espansione).
È ragionevole pensare che le innovazioni attestate sul limite della convenienza percepita siano poi effettivamente attuate in concomitanza degli ordinari aggiornamenti tecnologici (dai 3 - 5 anni in industria, ai 20 – 40 anni nel residenziale ed in produzione d’energia), riducendo i maggiori costi dell’innovazione con l’integrazione tecnologica e strutturale.


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