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5 dicembre 2009

Gestire il ciclo del carbonio

Un preciso bilancio temporale dei composti del carbonio "coltivati" come materia prima per le attività umane permette di valutare la loro sostenibilità a medio e lungo termine.
Nel bilancio globale dei composti del carbonio intervengono soprattutto cicli biologici naturali (assorbimento di CO2 atmosferica per fotosintesi clorofilliana e formazione di composti biologici + loro parziale rapida metabolizzazione ossidativa e riformazione di CO2 atmosferica + loro parziale lenta metabolizzazione riducente e formazione di composti ad alto tenore di carbonio fino al carbone, o al petrolio, o al metano minerale).
Per ogni territoio si può fare un bilancio del ciclo del carbonio e valutare se le attività umane su quel territoio contribuiscono ad aumentare o a ridurre la CO2 atmosferica in tempi storici (sopra i 100 anni).
Vediamo tre condizioni tipiche, peraltro già ampiamente descritte in letteratura.
0. Le attività umane d'un territoio non modificano il ciclo globale del carbonio, se bruciano i composti formati dalla fotosintesi clorofilliana (biomassa) sostituendosi solo alla loro metabolizzazione ossidativa.
In pratica le attività umane risultano complessivamente neutre per il bilancio globale del carbonio, se non riducono la potenzialità di fotosintesi, cioè se, a parità di tipo di vegetazione sul territorio, mantengono costante, a medio e lungo termine, la quantità di biomassa vivente (la deforestazione e gli incendi boschivi non rispettano questa condizione).
1. Le attività umane d'un territoio riducono la CO2 atmosferica se a regime fanno crescere la quantità di biomassa vivente in loco e se allontanano il tempo in cui avviene la combustione o la metabolizzazione ossidativa della biomassa prodotta dalla fotosintesi clorofilliana su quel territoio (creare manufatti di legno di lunga durata e mescolare carbone vegetale al terreno hanno questo effetto).
2. Le attività umane d'un territoio aumentano la CO2 atmosferica se comportano un'ossidazione in breve tempo di composti minerali del carbonio (FEM) con rilascio di CO2 in atmosfera (composti che, o hanno avuto bisogno di milioni d'anni per formarsi, o non provengono affatto dalla CO2 atmosferica).

Si vede quindi che, salvo la condizione d'equilibrio (0), è rilevante anche il tempo (t1) che intercorre tra quando i composti di carbonio (minerali o biologici) sono disponibili per le attività umane sul territorio e la loro decomposizione (biologica o per combustione) in CO2 emessa in atmosfera.
Altrettanto rilevante è il tempo (t0) che intercorre tra la fissazione dalla CO2 atmosferica nei composti di carbonio ed il loro uso da parte delle attività umane.
In pratica più è lungo il tempo (t1) dal "raccolto dei composti di carbonio" all'emissione di CO2 in atmosfera e più è corto il tempo (t0) dalla captazione della CO2 atmosferica al "raccolto", minore è l'apporto della filiera d'attività umane alla crescita della concentrazione di CO2 in atmosfera.
Si può dire che, per mantenere a regime le stessa concentrazione media della CO2 in atmosfera, è sufficente che il tempo (t1) dalla "raccolta dei composti di C" alla emissione di CO2 in atmosfera sia uguale al tempo (t0) dalla "captazione della CO2 atmosferica" alla "raccolta dei composti di carbonio".
Diversamente, se t1 < t0, aumenta la concentrazione atmosferica di CO2 e, se t1 > t0, si riduce.
Se si considera la filiera energetica attiva a tempo indeterminato, questo è rigorosamente vero ed è ovviamente questa la condizione su cui valutare la sua effettiva sostenibilità come tecnologia energetica per il futuro.
La rapidità dell'aumento (o della riduzione) della CO2 atmosferica dipende poi dai tipi di trasformazioni biochimiche in cui sono coinvolti la CO2 e gli altri composti del carbonio.
Pare poi ragionevole fissare a 1000 anni dalla "raccolta dei composti" l'orizzonte temporale su cui giudicare l'efficacia di un'azione per ridurre l'emissione di CO2 in atmosfera.

Come esempio del caso (1), si ricorda che, se tutto l'accrescimento annuale di biomassa su un territoio venisse trasformato in carbone vegetale e mescolato al terreno (rallentando quindi la decomposizione ossidativa biologica naturale), t1 si può valutare in termini di tempi di dimezzamento (forse t1(0,5) = 5.000 anni) e t0 = 1 anno.
La formula del decadimento logaritmico (o più adatta descrizione del decadimento) permette anche di quantificare l'effetto di riduzione di una "raccolta" ad una data diversa da 5.000 anni.
L'accumulo in 1000 anni dei resti di carbone vegetale nel terreno delle "raccolte" annuali man mano effettuate è l'esito reale a tempi storici di tale tecnica per ridurre la CO2 atmosferica.
Come l'utilizzo della biomassa per fabbricare beni di lunga durata e l'aumento stesso della biomassa vivente,
questa tecnica permette di ridurre la CO2 atmosferica, ma riducendo la produzione d'energia.

Come esempio del caso (2), si ricorda che, se viene "coltivato" un giacimento di composti minerali del carbonio, per la cui formazione sono occorsi almeno 2 milioni di anni, se di origine fossile (almeno 4 miliardi di anni, se coevo alla formazione della terra) il tempo t0 è mediamente superiore a 1 miliardo di anni.
Nessuna tecnica che blocchi anche al 100 % l'emissione in atmosfera della CO2 liberata dalla decomposizione di tali composti si può considerare di riduzione o d'equilibrio per la CO2 atmosferica, se il tempo di dimezzamento statistico della CO2 bloccata è inferiore a 10 milioni di anni.
Peraltro il rendimento di cattura della CO2 dai composti del carbonio (prima o dopo la combustione) è meno dell'80 % e l'energia necessaria per cattura e deposito è circa il 10 % di quella estratta per fornirla alle attività umane.
Così, anche valutando quasi zero le perdite annuali probabili di CO2 dai siti di deposito verso l'atmosfera, si deve ribadire che tale filiera energetica non è sostenibile a regime perché comporta una consistente crescita netta annuale della CO2 in atmosfera.
Infatti, se col CCS occorre il 110 % di FEM  rispetto all'energia che occorre ogni anno all'umanità e se il 20 % sfugge al procedimento, si aggiunge comunque subito all'atmosfera almeno il 0,2*1,1=0,22 = 22 % delle tradizionali emissioni di CO
2 da FEM.
Non permette quindi nessuna riduzione della CO2 atmosferica.

3. Appaiono quindi seriamente in contrasto l'uso d'energia per le attività umane e la riduzione della CO2 atmosferica.
Se però si comparano le tre opzioni illustrate, si osserva che è possibile comporle in una quarta modalità operativa della filiera energetica delle attività umane.
Si può usare l'energia termica potenziale della nuova biomassa raccolta in un anno nel territorio e nel contempo ridurre la CO2 atmosferica del peso corrispondente a gran parte della biomassa raccolta.
La nuova biomassa prodotta annualmente dalla fotosintesi nel mondo corrisponde da sola a venti volte tutta l'energia ora consumata annualmente dall'umanità in tutto il mondo.
Quindi questa prospettiva dovrebbe avere un certo interesse globale.
Si può prolungare il tempo (t1) di ritorno in atmosfera della CO2 atmosferica fissata nella biomassa, non evitando la sua combustione, o decomposizione, ma limitandosi a ritardare l'emissione della CO2 dopo la combustione.
Dell'energia accumulata con la fotosintesi annuale e presente nella biomassa raccolta, circa il 10 % sarebbe utilizzato per catturare e depositare (tramite CCS) l'80 % della CO2 atmosferica corrispondente alla biomassa raccolta per fare energia. 
Ovviamente il 22 % di CO2 potenziale di un raccolto annuale sostenibile di biomassa e subito trasformato in CO2 atmosferica non cambia il bilancio netto a regime della CO2 nel territorio.
Se le valutazioni statistiche della probabilità di fuoriuscita della CO2 dai depositi geologici e marini verso l'atmosfera dessero tempi di dimezzamento di 5.000 anni, significherebbe che dal 70 al 90 % della CO2 catturata e depositata fino all'inizio della prossima glaciazione naturale (prima di 10000 anni e non prima di 2000) non andrebbe in atmosfera.

Se i depositi della CO2 fossero a tenuta, la CO2 potrebbe persino essere riestratta e risultare utile per rallentare il raffreddamento durante il primo periodo della prossima glaciazione naturale.
Con una tale procedura per i prossimi 2000 o 10000 anni, ogni anno ritornerebbe in atmosfera meno del 25 % della CO2 fissata dalla fotosintesi nella biomassa e raccolta nell'anno per fornire energia alle attività umane, cioè molto meno di quella che vi ritornerebbe comunque a regime (99 %) con la decomposizione ossidativa naturale.
Con questa gestione del ciclo del carbonio, si può quindi realizzare una riduzione netta annuale della CO2 atmosferica a regime fino ad un limite massimo del 75 % di quella che corrisponde all'energia consumata ogni anno dall'umanità.
Con il contributo di altre FER (sole, vento ed acqua corrente), il limite per l'energia usabile a regime è più di venti volte l'energia ora usata, pur riducendo in modo efficace la concentrazione di CO2 in atmosfera.




permalink | inviato da ggavioli il 5/12/2009 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


12 novembre 2009

Sottili differenze?

Perfino chi non crede alla responsabilità umana nei cambiamenti climatici ritiene necessaria la trasformazione tecnologica dell'economia attuale (che usa quasi solo composti minerali del carbonio per dare energia alla produzione di beni e servizi finali al consumo) in un'economia che usi a tal scopo quasi solo fonti energetiche rinnovabili (FER) e che riduca il proprio fabbisogno energetico usando beni strumentali ad alta efficienza energetica.
Tutto deve avvenire ben prima del 2100.
I paesi tecnologicamente più evoluti devono rimediare agli errori fatti soprattutto dopo il 1900.
I paesi in via di sviluppo dovrebbero evitarli senza bloccare lo sviluppo.
La CO2 è il principale gas ad effetto serra prodotto dalle attività umane che usano fonti energetiche minerali (FEM) di importazione (tipicamente non rinnovabili in tempi storici).
Quindi ridurre l'emissione di CO2 a pari servizi finali al consumo riduce anche la dipendenza energetica dall'estero ed il consumo mondiale di fonti non rinnovabili, nonché l'aumento di probabilità di un troppo rapido riscaldamento della superficie terrestre.
Nel tentativo di conseguire una tale utile sinergia Stern ed altri suggeriscono di tassare la CO2 emessa nello svolgimento delle attività umane, spingendo così la creatività umana a trovare ed applicare soluzioni tecnologiche per ottenere gli stessi servizi finali al consumo usando meno fonti energetiche non rinnovabili.
Per poter governare l'aumento di CO2 in atmosfera, prima serve sapere quali attività umane ne causano l'emissione nella filiera che dalle fonti energetiche porta ai servizi finali al consumo.
Ora alcune procedure di contabilità fiscale individuano le fonti d'emissione di CO2 per stimolare i responsabili a ridurle.
Le misurazioni standard, che sono previste per penalizzare solo le emissioni dirette di CO2, non sono facili ed affiché abbiano valore fiscale risultano complicate e quindi costose da rendere sicure.
Peraltro nelle pieghe delle relative norme si trova perfino il premio per chi brucia male i composti minerali del carbonio immettendo in atmosfera fuliggine!!!
Ad esempio non è affatto semplice né certo verificare separatamente quanta CO2 è emessa dalle automobili e quanta da tutti i particolari camini della raffineria che produce il carburante.
E' assai più semplice contabilizzare tutti e solo i "composti minerali del carbonio" usati dalle raffinerie di petrolio per produrre carburanti per l'autotrazione.
Peraltro, quando le raffinerie di combustibili liquidi cominceranno a raffinare anche "composti biologici del carbonio" chi distingue la CO2 proveniente dalle FER da quella proveniente dalle FEM?
L'attribuzione dell'intero uso delle FEM al produttore del vettore energetico esiste già nella filiera dell'energia elettrica, i cui produttori spesso acquistano i composti minerali del carbonio persino non raffinati.
Ma che senso ha considerare gli utilizzatori dell'energia elettrica liberi da qualunque responsabilità sulle emissioni di CO2 dovute alla sua produzione solo perché nei conduttori d'energia elettrica non passano certamente composti del carbonio, come invece nelle condutture del metano commerciale?
Queste sono le domande che mi ponevo nel 2001 e la risposta è stata, che è certamente più sicuro contabilizzare la CO2 potenzialmente proveniente dalla combustione completa dei composti minerali del carbonio, piuttosto che tentare di valutare l'efficienza di ogni singola trasformazione nella filiera dell'energia che parte dalla fonte energetica grezza ed arriva al servizio finale per il consumatore.
La misurazione della CO2 potenziale al posto di quella effettivamente emessa non porta ad una contabilità "semplificata, o approssimativa", bensì ad una contabilità "semplice e rigorosa".
La filiera che dalle fonti energetiche grezze porta all'energia commerciale ed ai suoi utilizzatori è ben sorvegliata dai controlli già in atto per le accise sui prodotti energetici ed i corrispondenti dati sono ben noti alla Pubblica Amministrazione e possono essere resi noti al pubblico.
Naturalmente la misura delle FEM usate da un territorio risulta sempre in MtCO2/a, ma misurare il carbonio minerale all'inizio della filiera energetica (e senza esenzioni) è assai più semplice e sicuro che misurarlo in ogni fil di fumo.
E' una differenza troppo sottile e senza conseguenze?

La carbon tax all'origine
La "carbon tax all'origine" (tassa sul carbonio minerale, misurato all'estrazione od all'importazione dei composti minerali del carbonio) è certamente in grado di evitare misurazioni inutilmente complicate.
Tuttavia è ormai noto ufficialmente che, per ridurre del 2 % all'anno le attuali emissioni italiane, serve una carbon tax di 200 €/tCO2, che indurrebbe in Italia un'inflazione aggiuntiva del 7 %.
Molti modelli previsionali macroeconomici indicano che ciò porterebbe ad una riduzione del 10 - 20 % del PIL tendenziale (recessione) per molte decine d'anni.
Ovviamente ciò è ancor più probabile e pericoloso in una congiuntura economica già recessiva, come l'attuale.

La Politica Energetica Differenziale
La PED è stata illustrata in questo blog nei giorni 15, 17, 18,19, 23, 26, 27 di luglio 2009 ed ha in sè la semplicità di rilevamento dati della "carbon tax all'origine", ma non crea tensioni inflazionistiche, nemmeno iniziali.
Così la contabilità per valutare le emissioni di gas serra imputabili ad un territorio può risultare semplice (ma non approssimativa), facendo strettamente riferimento a qualunque uso delle Fonti Energetiche Minerali (FEM; sempre e solo da esse, prima o poi, viene la CO2 che crea effetto serra) ed a qualunque uso dell'energia commerciale (valutata per i consumi medi di FEM specifici per tipo d'energia).
La valutazione delle Fonti Energetiche Rinnovabili (FER) diventa allora assai semplice, perché in realtà i "composti rinnovabili del carbonio" semplicemente non causano "emissioni di gas serra", purché siano completamente trasformati in CO2 prima dell'immissione in atmosfera.
Tuttavia deve essere resa pubblicamente nota l'energia necessaria per costruire e mettere in funzione gli impianti che usano le FER, con corrispondente carico di FEM, che si ammortizza negli anni d'uso degli impianti stessi.
Nel territorio occorre certamente quantificare anche le variazioni complessive dell'assorbimento biologico della CO2 atmosferica e le ARPA hanno i mezzi per farlo.
La conoscenza (disponibile al pubblico) dell'uso diretto ed indiretto delle risorse energetiche non rinnovabili è la base della contabilità della PED in un territorio.

Per i tecnici è meglio fare che certificare
Il mandato dei tecnici in regime di PED è ottimizzare l'efficienza di tutte le trasformazioni che sono chiamati a gestire, per ottenere risultati che tutti (e certamente i concorrenti dei soggetti mandanti) possono verificare con facilità.
Per i tecnici è assai meno soddisfacente limitarsi a certificare qualità e corretta installazione di apparecchiature fatte in serie (nella speranza, spesso delusa, che verranno usate correttamente in futuro e che nessuno imbroglierà sul Conto Energia, sull'ETS, sulle varie certificazioni e sulle gestioni dei rifiuti variamente assimilati alle FER).
La limitata risorsa umana rappresentata dai tecnici è certamente meglio impiegata a cogliere le specifiche opportunità presenti in ogni settore d'attività umana, anziché a certificare interventi standard sovvenzionati od obbligatori.
Anche per questo tutte le politiche di controllo delle emissioni di CO2 e dei consumi energetici basate su certificazioni puntuali risultano solo inutilmente costose per il territorio di riferimento e più della carbon tax.


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permalink | inviato da ggavioli il 12/11/2009 alle 11:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


27 luglio 2009

Per rendere più rapida la riduzione delle emissioni di gas serra, si possono favorire le macchine più efficienti disponibili al momento

Oltre all’etichettatura energetica delle “macchine più rilevanti per l’efficienza energetica dell’Italia”, è possibile un’azione diretta sui prezzi di vendita di tali macchine offerte sul mercato italiano.
Il parco di macchine nuove capaci di fornire un dato risultato tecnico, lo fornisce a minor costo energetico, se è più basso il rapporto:
(valore commerciale della quantità occorrente della forma d'energia usata) / (Risultato Tecnico Atteso)
Questo rapporto, detto "Intensità Energetica di Trasformazione" = IET, è certamente significativo per chi acquista una macchina per ottenere un preciso risultato tecnico.
Nel caso di macchine per produrre energia (anche in cogenerazione), il "Risultato Tecnico Atteso" = RTA può avere come unità di misura il "MWh equivalente elettrico" = MWhee.

(l’equivalenza tra forme d’energia diverse si fa sui prezzi medi correnti dei MWh forniti nelle varie forme)
Nel caso di automobili l'unità di misura di RTA è il già noto "km percorsi in condizioni standard".
Anche per le altre macchine che forniscono servizi o trasformano beni, si individua facilmente l'unità di misura più significativa (tecnicamente e commercialmente) da indicare anche nell'etichettatura.
Per ciascun tipo di trasformazione il cui miglioramento risulta essere d’interesse generale, l'Autorità istituisce un consorzio tra i fornitori delle macchine concorrenti (forse già creato, o somma di consorzi formatisi spontaneamente in risposta alla mossa 4).
È compito del consorzio verificare l’esattezza dell’etichettatura energetica di quello specifico tipo di macchine offerte sul mercato nell’anno in corso.
Per ogni fornitore consorziato si valuta IET sul venduto e di questo il valor medio IETm nel consorzio.

Per definizione di IET, chi usa una macchina con IET < IETm, durante la media vita utile della macchina risparmia una certa quantità d'energia entrante a cui corrisponde l'importo economico:
dCosto_energia = (IETm-IET)*RTAvu €
Il differenziale premiale sul prezzo (cioè l'importo che i produttori di macchine più efficienti ricevono dai produttori di macchine meno efficienti per unità di risultato tecnico fornito durante l'intera vita utile delle macchine vendute con bilancio zero sul consorzio) è una quota "q" di tale risparmio economico.
dPrezzo = q * (IETm -IET)*RTAvu €/macchina
dPrezzo / RTAvu = q * (IETm-IET) €/RTA

Come valore iniziale si pone q=0,1.
La riduzione effettiva nell’anno “aa” dei consumi specifici delle macchine tipiche vendute dai consorziati è
re(aa) = 1-IETm(aa)/IETm(aa-1)
La riduzione effettiva media “rem(aa)” (dei consumi specifici di tutte le macchine nuove che forniscono “risul-tati tecnici prioritari” i cui consumi specifici è interesse generale ridurre) si calcola pesando le riduzioni “re(aa)” nei singoli consorzi con i costi annui dell’energia usata dalle macchine vendute l’anno “aa”:
rem =
Sommatoria sui consorzi (re*numero_macchine*IETm*RTA/vu)/
Sommatoria sui consorzi (numero_macchine*IETm*RTA/vu)
rr” è la riduzione annua richiesta per i consumi specifici medi dei risultati tecnici prioritari (es. rr =0,02 a^-1).
Se l’anno “aa” risulta rem(aa)<rr, per l’anno “aa+1” si aumenta q da q(aa) a
q(aa+1) = q(aa)*rr/rem(aa) e non si cala più.

Sui comportamenti entro ciascun settore che fornisce macchine per dare un RTA prioritario ed i cui consumi specifici calano meno dell'80 % di quelli medi complessivi dei settori prioritari, l'Autorità per la libera concor-renza, con la consulenza tecnica di ENEA, riferisce al Parlamento, con relazione di pubblico dominio.
Lo Stato addebita il costo dell'indagine e della sua pubblicità ai fornitori riuniti nel corrispondente consorzio, in proporzione al fatturato di ciascun fornitore in Italia.



26 luglio 2009

Per rendere più rapida la riduzione delle emissioni di gas serra, occorre riconoscere le macchine energeticamente più efficienti disponibili al momento

Per aumentare la velocità di riduzione dell'emissione assoluta della CO2 emessa dall'Italia per l'uso di carbonio fossile, è possibile favorire l'adozione di "macchine che siano più efficienti nel trasformare energia grezza in energia commerciale e nel trasformare energia commerciale in beni e servizi".
A nessuno sarà sfuggito che la politica energetica finora illustrata non prevede sussidi pubblici a nessuna fonte energetica, né a particolari tecnologie di sfruttamento per ottenerne vettori energetici standard od altre capaci di utilizzare con maggior efficienza l'energia commerciale.
Anzi, esplicitamente azzera subito tutti i sussidi correnti alle fonti fossili ed esclude nuovi sussidi o garanzie pubbliche ad altre fonti o tecnologie per trasformare l'energia.

Infatti il valore di CTo (circa 40 €/tCO2) e quello iniziale di punC (complemento a 100 €/tCO2) si ritiene siano sufficienti a far ridurre l'emissione netta di CO2eq dall'Italia di 10 MtCO2eq/a.
Ciò non si deve ottenere con la riduzione di quantità e qualità tendenziale dei servizi al consumo, bensì con l'aumento dell'efficienza energetica delle trasformazioni ed ai più bassi costi possibili.
Tuttavia, sia per non aumentare punC a pari riduzione annuale dell'emissione dall'Italia, sia in sostituzione
degli attuali incentivi (rottamazioni, sconti IVA, rimborsi fiscali, conto energia, .....), con i loro costi burocratici, si può favorire (al momento dell'acquisto, effettuato quando è più opportuno per l'acquirente) la fornitura delle macchine più efficienti nel trasformare l'energia (grezza o commerciale) in energia diversa od in servizi finali.

Etichettatura energetica delle "macchine" offerte sul mercato
Affinché, tra macchine d'uso simile, l'utilizzatore finale possa scegliere quella che ha più efficienza energetica nel ciclo di vita, la macchina deve essere accompagnata da adeguata certificazione energetica, sia dell'intensità energetica della produzione (specificando la quantità di energia utilizzata per produrre la singola macchina venduta), sia della sua efficienza energetica durante l'uso.
In genere la prima certificazione non è ora comunicata al compratore, ma la politica energetica differenziale modifica il prezzo di vendita del bene e tale certificazione è opportuna.
Presumendo condizioni standard d'utilizzo della macchina, deve poi essere chiaramente riportata in etichetta, sia l'unità di misura del servizio (o del bene finale) che la macchina è destinata a produrre usando energia, sia tipo e quantità corrispondente di energia utilizzata.
Ad esempio è usuale indicare tipo e consumi di carburante per km percorso dalle automobili e lo si deve precisare alle velocità standard di 50, 90 e 130 km/h..

Il soggetto economico utilizzatore di una macchina, che la usa per produrre beni o servizi da offrire al mercato, è certamente in grado di valutare la propria convenienza a utilizzare macchine diverse e concorrenti a parità di risultato tecnico atteso.
In tal caso la reale efficienza energetica della macchina in esame modifica automaticamente l'efficienza energetica della produzione e quindi il bilancio economico del soggetto economico; che pertanto sceglie sempre con accuratezza i macchinari per svolgere ciascuna fase produttiva.

Anche l'acquirente generico dovrebbe tenere conto dell'efficienza energetica della macchina che acquista, almeno per il maggior costo dell'energia consumata da una macchina meno efficiente.
Si deve notare che, anche semplificando al massimo la valutazione della macchine offerte al mercato, già assicurarne l'esatta etichetta per il loro uso energetico è molto più complesso che verificare il consumo totale d'energia commerciale ed il valore aggiunto creato nei siti produttivi che costruiscono quelle macchine.
Sembra quindi ragionevole richiedere l'etichetta energetica solo per macchine di grande serie e che all'acquisto costano molto meno del valore dell'energia che trasformano durante la vita utile media.
Sostanziamente con riferimento ai gruppi merceologici di macchine che usano molta dell'energia (grezza o commerciale) consumata in Italia, l'Autorità preposta prenderà in considerazione per primi quelli col il massimo totale d'energia usata per tipo di trasformazione finale.
Per essi è quindi massimo il rapporto:
(costo energia usata all'anno) / (ammortamento acquisto).

Si ricorda che nessuna forma d'energia è gratis, così anche le fonti rinnovabili d'energia hanno un costo riferito almeno all'uso del territorio (risorsa da salvaguardare).



25 luglio 2009

L'aumento dell'assorbimento dell'anidride carbonica si può stimolare solo con la pressione economica differenziale

L'uso ed il cambio d'uso dei suoli e la gestione forestale hanno dato un buon contributo a ridurre l'aumento netto dell'emissione di CO2 da attività umane in Italia, facendo anche crescere la CO2 riassorbita da 70 MtCO2/a nel 1990 a 110 MtCO2/a nel 2005.
E' ovvio che per l'atmosfera terrestre un aumento di tale assorbimento annuale compensa una mancata pari riduzione dell'emissione di CO2 da combustione di carbonio fossile.

Occorre ricordare però che la biomassa proveniente dalle foreste e dall'agricoltura, che di per sé è un vettore d'energia rinnovabile, significa un riassorbimento di CO2 tramite energia solare se proviene da foreste e culture certificate (che mediamente mantengono la biomassa vivente per kmq), ma comporta una rapida riduzione del riassorbimento se è frutto di deforestazione più o meno selvaggia.
Peraltro le più aggiornate metodiche di valutazione della nuova biomassa creata annualmente con un'equilibrata conduzione forestale, permettono di valutare l'effettivo contributo dell'Italia al riassorbimento biologico della CO2 atmosferica.
Tali aumenti (o riduzioni) della CO2 riassorbita sarebbero giustamente da accreditare (o addebitare) alla gestione del territorio su cui avvengono e possono essere riconosciuti ai soggetti che gestiscono lo specifico territoio (anche demaniale) ed i suoi frutti.
Per l'Italia, dopo il 2050 può diventare economicamente più conveniente riassorbire CO2 invece di ridurre l'emissione da combustione di fossili, ma il prezzo di scambio del carbonio è sempre il punC corrente.
In Italia, dopo il 2080, con equilibrati prelievi di biomassa forestale ed agricola si può certamente mantenere il riassorbimento di CO2 sopra 100 MtCO2/a.
Se poi l'emissione da uso di carbonio fossile e le altre emissioni di gas serra per quella data sono ridotte a meno di 100 MtCO2/a, si può azzerare l'emissione netta di gas serra per mano d'uomo dall'Italia.

Si deve però ribadire che l'assorbimento di CO2 tramite gestione  forestale o agricola certificata, non è una qualunque attività che cattura e deposita (in luoghi sicuri?) la CO2 prima che sia emessa, o quella già presente in atmosfera.
Nel caso dell'assorbimento biologico della CO2, la presenza di una filiera d'utilizzo dei prodotti (alimenti, legname da costruzione, materia prima per sintesi di chimica organica e prodotti da usare in sostituzione del carbonio fossile) favorisce il mantenimento e l'auspicabile aumento dell'assorbimento annuale di anidride carbonica dall'atmosfera.
La presenza d'attività sociali collaterali che aiutano il controllo del territorio può diventare sinergica per aumentare il peso di CO2 trasformata ogni anno in materia organica.
Le gestioni forestali e l'agricoltura sono infatti segmenti iniziali di filiera di altre produzioni (materiali da costruzione, prodotti energetici, prodotti alimentari) che producono reddito.

Viceversa le attività di cattura e deposito di CO2 evitano l'aumento di concentrazione di CO2 in atmosfera, ma non ricostituiscono risorse, né producono beni o servizi richiesti dal mercato.
Le attività di sequestro e deposito dell'anidride carbonica sono invece tipici segmenti finali di filiere produttive (rifiuti) comprendenti la combustione di carbonio fossile. I costi per un generico sequestro e deposito della CO2 risultano quindi aggiuntivi e non sostitutivi dei costi delle fonti energetiche fossili.
Se comunque in sede internazionale si ritiene logico ridurre non l'uso del carbonio fossile, ma solo l'emissione netta di CO2eq in atmosfera, i costi per il sequestro e deposito della CO2 sarebbero giustificati solo se minori del costo per l'emissione diretta della CO2 riconosciuto in sede internazionale cioè PGC.
In tali condizioni, confrontandosi con i suoi diretti concorrenti nel tipo di filiera merceologica d'appartenenza a livello internazionale, a chi decide le tecnologie potrebbe risultare più conveniente catturare e depositare la CO2 invece di ridurre il proprio uso di composti minerali del carbonio.
Se si riconoscono cattura e deposito della CO2 come equivalenti alla riduzione dell'uso del carbonio fossile, si deve però pagare con polizza assicurativa l'attualizzazione del rischio che la CO2, depositata in quel particolare modo e destinata all'oblio, possa liberarsi in atmosfera prima di 10, 100, 1000, o 10.000 anni, specie in periodo geologico di massime temperature naturali, come l'attuale.

Ciò considerato, per evitare aumenti dei prezzi internazionali dei beni e dei servizi per cui si vuol riconoscere il valore di PGC al riassorbimento di CO2 garantito da assicurazione, per ogni tipologia merceologica si stabilisce un consorzio internazionale tra i fornitori già concorrenti, che così concorrono anche per ottenere la massima riduzione dell'emissione netta per unità di valore aggiunto corrente generato.
Ogni soggetto economico consorziato a specifico consorzio internazionale ha Emissione Netta di CO2:
ENC = CO2(da carbonio minerale) -CO2(riassorbita e depositata)  tCO2/anno
Noto il Valore Aggiunto da lui prodotto nell'anno (VA M€/a), l'Emissione Specifica Netta di CO2 è:
ESNC = ENC / VA   tCO2/M€
L'emissione specifica media netta di CO2 nel consorzio risulta:
ESNCm = Sommatoria(ENC, cons)/Sommatoria(VA, cons)  tCO2/M€
Se ESNC < ESNCm ogni anno il consorziato riceve il beneficio:
BN = PGC*[ESNCm * VA - ENC]  €/a
Ogni anno in base alla stessa formula i consorziati con ESNC > ESNCm sono penalizzati ed ovviamente il bilancio di penali e benefici nel consorzio è nullo.

In alternativa il libero mercato internazionale può fissare il prezzo dei diritti d'emissione generati dal riassorbimento (forestale, agricolo, o tecnologico), tuttavia, a parte gli alti costi burocratici per certificare erga omnes i riassorbimenti, l'incertezza del prezzo (certamente basso ora e nel lungo periodo) riduce gli investimenti per i riassorbimenti, anche quelli che costano meno.
Un'altra opzione, cioè che i governi dei paesi interessati paghino a prezzo di libero mercato i diritti d'emissione generati dai riassorbimenti fuori dal loro territorio per compensare i ritardi nel ridurre l'emissione dal proprio, appare ancor meno conveniente.
Infatti, oltre a mantenere gli alti costi burocratici di certificazione, genera inflazione e riduzione di competitività internazionale per le economie dei paesi acquirenti.

L'opzione peggiore di tutte è pagare comunque tutti i costi di cattura tecnologica e deposito della CO2, senza confronto economico con le altre opzioni per ridurre l'emissione netta di gas serra da attività umane.

In tal caso, infatti, si privilegia e si paga certamente più del suo valore una "cattura e deposito di CO2"  per ridurre l'emissione da fonti energetiche fossili acquistate all'estero  e questo "regalo" è fatto a carico dei bilanci pubblici o di ignari utenti, generando inflazione all'interno e calo di competitività all'estero dei paesi che scelgono questa opzione.

Ovviamente tutti i benefici ricevuti e le penali energetiche pagate dai soggetti economici attivi in campo nazionale ed internazionale devono essere noti al pubblico.
In generale non c'è libera competizione se c'è segretezza sui competitori.




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24 luglio 2009

L'emissione dei gas ad effetto serra non derivatl dal "carbonio minerale" si riduce con la pressione economica differenziale

Per ridurre anche l'emissione di tali altri gas ad effetto serra insieme all'emissione di CO2 da carbonio minerale e stimolare una miglior gestione dei suoli e delle foreste, i ministeri per agricoltura ed attività produttive individuano i settori produttivi le cui emissioni di "altri gas serra" risultano superiori a quelli della CO2 dovuta all'energia elettrica ed ai combustibili che gli stessi settori acquistano sul mercato.
Ovviamente il numero di settori produttivi con tale caratteristica crescerà nel tempo.
A ciascun settore merceologico corrisponderà un consorzio di concorrenti noti.
Parte delle emissioni effetive dei singoli soggetti economici consorziati è già nota tramite i controlli (da mantenere) ora previsti per il computo delle accise su tutti i prodotti energetici.
Si ricorda qui che la gestione dei bilanci di CO2 interna al territorio di competenza è stata semplificata, assumendo, come risorsa non rinnovabile da tassare al posto delle accise sull'energia, il "carbonio minerale" qualunque ne sia l'uso, anche se con l'unità di misura €/tCO2.
Già questo crea un rilevante vantaggio nel produrre e usare materiali non basati sul "carbonio minerale", sia per la radicale esenzione di tali materiali dalla carbon tax di circa 40 €/tCO2 sostitutiva delle accise, sia per la pressione economica differenziale aggiuntiva data da "punC" che sarà non meno di 60 €/tCO2.
In ogni consorzio in cui è rilevante l'emissione di gas serra non legata all'uso del carbonio minerale, le metodiche di rilevamento sono concordate tra il consorzio (che rappresenta i consorziati e gestisce rilievi, penali e benefici) ed i ministeri interessati, che si avvalgono della consulenza dell'ENEA.
Si può determinare l'estensione minima dei consorzi obbligatori in base all'emissione complessiva:
Sommatoria(ECE, consorzio) > 1 MtCO2eq/a
Ogni soggetto economico consorziato ha una Emissione di CO2 Equivalente:
ECE = CO2(da carbonio minerale) + CO2eq(di altre emission)  tCO2eq/a
Noto il Valore Aggiunto da lui prodotto nell'anno (VA M€/a), l'Emissione Specifica di CO2 Equivalente è:
ESCE = ECE / VA   tCO2eq/M€
L'emissione specifica media di CO2 equivalente nel consorzio risulta:
ESCEm = Sommatoria(ECE, cons)/Sommatoria(VA, cons)  tCO2eq/M€
Se ESCE < ESCEm ogni anno il consorziato riceve il beneficio:
BN = PGC*[ESCEm * VA - ECE]  €/a
Ogni anno in base alla stessa formula i consorziati con ESCE > ESCEm sono penalizzati ed ovviamente il bilancio di penali e benefici nel consorzio è nullo.
 Ne consegue una pressione economica differenziale sulle decisioni tecnico-economiche incidenti sull'emissione di gas serra non da carbonio minerale che tende a conseguire la massima riduzione di tale emissione nei limiti in cui i costi specifici sono minori di quelli per ridurre la CO2 da fossili.
Le molte opportunità tecnologiche finora poco utilizzate fanno pensare una maggior rapidità di riduzione percentuale dell'emissione climalterante da biomasse rispetto a quella da carbonio fossile.
La riduzione delle emissioni di CO2 equivalente da processi tecnologici è stimolata in egual modo, ma i tempi per ridurre tali emissioni non sono facilmente definibili.
Tuttavia il ruolo della ricerca tecnologica consiste proprio nel proporre modifiche tecnologiche che creino vantaggi sui concorrenti e questo è un caso tipico in cui la ricerca viene motivata a costo pubblico zero.


Ovviamente tutti i benefici ricevuti e le penali energetiche pagate dai soggetti economici attivi in campo nazionale ed internazionale devono essere noti al pubblico.
In generale non c'è libera competizione se c'è segretezza sui competitori.




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23 luglio 2009

Occorre ridurre anche l'emissione dei gas ad effetto serra non derivatl dal "carbonio minerale"

Si ricorda che tra gli effetti del riscaldamento planetario e quindi delle attività umane (che causeranno un riscaldamento minimo di oltre 2 °C sopra l'andamento naturale) sono stati rilevati i rilasci di metano e di altri gas serra dai mari, da permafrost e da altri simili sistemi naturali instabili, che normalmente li tratterrebbero per circa 100.000 anni, tempo approssimativo tra due glaciazioni naturali negli ultimi 2 milioni di anni.
Ricordo che siamo usciti solo da circa 10.000 anni dall'ultima glaciazione naturale e ne potrebbero passare circa altrettanti prima della prossima.

Le immagini precedenti e tutte le valutazioni statistiche indicano che molto probabilmente ora siamo vicino ai livelli massimi naturali delle temperature medie atmosferiche a livello del suolo e proprio per questo si deve evitare un sovrariscaldamento per mano d'uomo e cercare di ridurre l'effetto valanga (cioè di autoaccrescimento) di quello non evitabile nei prossimi 100 anni.
L'effetto globale di rilascio di gas serra prima citato è infatti dovuto all'uomo, ma si manifesta in luoghi non decisi dall'uomo e non in stretta concomitanza di particolari attività attuali dell'uomo.
L'unico modo per contrastarne il citato effetto valanga è evitare il riscaldamento dei siti d'emissione e raccogliere e neutralizzare i gas serra che comunque escono da quei sistemi naturali instabili.

Ben diversamente da quanto prima illustrato, le attività agricole e biologiche in genere gestite dall'uomo, producono gas ad effetto serra non dovuti all'uso del "carbonio minerale" in localizzazioni che ne facilitano la raccolta e che pesano sul bilancio dei gas serra in atmosfera solo per il mancato completamento dei cicli di carbonio e azoto.
L'azzeramento di questo apporto per mano d'uomo all'emissione di gas serra non provenienti da carbonio minerale si attua semplicemente portando a compimento il ciclo del carbonio, cioè ossidando i gas a CO2.
Se questa ossidazione a CO2 è condotta ricavandone energia sostitutiva di quella commerciale da carbonio minerale, l'apporto umano ai gas serra da tali attività biologiche diminuisce invece di crescere.
Vi è una più ampia gamma di attività (agricoltura intensiva, rifiuti e produzione di vari composti chimici) che ora immettono in atmosfera CO2, CH4, NOX, etc.

In Italia queste emissioni non da fossili sono in quantità tali da dare un contributo all'effetto serra che per ora è piccolo (circa 60 MtCO2eq/a dal 1990 al 2005) rispetto alla CO2 emessa per combustione di fossili, che è stata 520 MtCO2/a nel 2005.
Per ora l'intervento sulle emissioni di gas serra non provenienti da carbonio minerale non è prioritario, ma intorno al 2050, quando le emissioni da carbonio fossile dovranno essere circa 100 MtCO2/a, ridurre anche le altre emissioni diventerà decisivo per raggiungere e mantenere i livelli d'emissione concordati.
Tra 10.000 anni, quando sarà probabilmente già cominciata una nuova era glaciale naturale, un pò più di CO2 in atmosfera potrebbe invece far comodo.



22 luglio 2009

E' possibile un accordo internazionale minimo per favorire uno sviluppo globale sostenibile

Finché non si concorda un preciso calendario di riduzione dell'emissione di CO2eq per la maggior parte (in popolazione) degli stati sovrani, si deve almeno concordare di rendere concretamente possibile:
 "stimolare le risorse economiche disponibili a concorrere liberamente e palesemente alla massima riduzione delle emissioni globali di gas serra".
Senza riferimento agli specifici territori in cui operano le iniziative imprenditoriali presenti sui mercati internazionali, ciò è possibile se tali iniziative vengono convinte a mettersi in concorrenza sull'uso dell'energia (grezza o commerciale) senza modificare i prezzi medi dei prodotti.
Per ottenere questo duplice risultato, le imprese multinazionali e comunque globalmente attive, sono suddivise in "fornitori d'energia commerciale" ed "utilizzatori d'energia commerciale".

FORNITORI  D'ENERGIA COMMERCIALE
A tali soggetti economici (generalmente multinazionali) si deve offrire l'alternativa tra:
- sottostare ad un regime di ETS , non in base all'emissione diretta di gas serra in produzione, ma per il carbonio fossile usato per produrre l'energia venduta.
  Ovviamente tutto il carbonio fossile usato dovrà essere compensato acquistando dei diritti per l'emissione potenziale sul libero mercato.
  Ora il prezzo libero è circa 15 €/tCO2, ma certamente è destinato a crescere se la richiesta aumenta.
- aderire palesemente al consorzio dei propri diretti concorrenti e competere sulla miglior efficienza di trasformazione tramite la "concorrenza energetica differenziale", con un prezzo di scambio globale del carbonio fossile "PGC", concordato annualmente tra gli stati che acquistano energia all'estero (associati IEA).
PGC dovrebbe avere un valore iniziale di 100 €/tCO2 e crescere ogni anno di 10 €/tCO2, solo se il contenuto specifico medio mondiale di carbonio fossile nell'energia (tCO2/MWh, mediato tra le 4 forme d'energia commerciale sul prezzo medio del MWh) non cala ogni anni del 2 % del valore del 2005.
Ad esempio, se la fornitura d'energia elettrica comporta un'emissione media di 0,5 tCO2/MWh, un fornitore con tale contenuto di carbonio fossile, scegliendo l'ETS ha un aggravio di circa 0,5*15=7,5 €/MWh, che deve ovviamente scaricare sul prezzo di vendita, ma nessun aggravio con PGC.
Supponiamo che alcuni fornitori con contenuti (tCO2/MWh) e costi industriali (€/MWh) diversi (dati UE con costi 2007 in €2005) compiano le scelte possibili:
Fonte e tecnologia principale                          eolico          biomasse      gas c.comb.  carbone
Contenuto di carbonio fossile tCO2/MWh     0,02    0,02    0,1     0,1      0,5      0,5     0,8    0,8 
Costo industriale di base       €2005/MWh      90      90      120    120      70      70       60     60
Valorizzazione carbonio         €2005/tCO2        15    100d    15     100d    15     100d    15    100d
Variazione costo industriale  €2005/MWh     +0,3    -48     +1,5   -40     +7,5     0       +12    +30
Costo industriale finale          €2005/MWh       90,3     42    121     80      77,5     70      72      90
E' evidente che la convenienza che mediamente hanno i fornitori d'energia elettrica nella valorizzazione differenziale del carbonio fossile al posto del suo acquisto a basso prezzo, non contrasta con quella degli stati che acquistano energia, a partire dall'assenza di aumenti medi.
Anzi, la convenienza per gli stati che acquistano energia è tale che li porterà ad imporre la "valorizzazione differenziale del carbonio fossile" a tutti i fornitori interni ed agli importatori di energia elettrica.
Peraltro, finché il "prezzo del carbonio fossile" è basso, non c'è convenienza a cambiare fonte energetica, né a cambiare tecnologia (nemmeno a sequestrare l'anidride carbonica, che costa 30 €/tCO2)
Valutazioni analoghe si possono fare per i fornitori di combustibili (gassosi, liquidi, solidi).

UTILIZZATORI D'ENERGIA COMMERCIALE
I soggetti economici fornitori di beni e servizi in genere vendono i loro prodotti all'interno dei territori di produzione, anche se gli utili netti d'impresa economica vanno alla casa madre.
Tuttavia alcuni soggetti economici che forniscono servizi di trasporto a lunga distanza e beni che si vendono in tutto il mondo è opportuno che siano messi in concorrenza globale nel fornire gli stessi beni e servizi usando meno energia commerciale.
Quindi, per i singoli settori merceologici a cui in sede internazionale si riconoscono tali requisiti è preferibile che accordi internazionali stabiliscano regimi di "Concorrenza Energetica Palese" simili a quello illustrato nel post del 18/07/09, che garantiscano una pressione economica differenziale basata sul valore di PGC, senza aumenti medi dei prezzi internazionali dei beni e servizi interessati.

Mi pare evidente che la domanda di tali beni e servizi di rilevanza internazionale sarà efficace nel selezionare l'offerta migliore solo se saranno liberi e noti a tutti gli scambi di fonti energetiche, d'energia commerciale, di tecnologie, di beni e di servizi, come pure solo se è libera e nota a tutti la circolazione mondiale di persone e capitali.
Altrettanto noti al pubblico devono essere tutti i benefici ricevuti e le penali energetiche pagate dai soggetti economici attivi in campo internazionale.
In generale non c'è libera competizione se c'è segretezza sui competitori.




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21 luglio 2009

La "Politica Energetica Differenziale" rende fattibile uno sviluppo globale sostenibile

Si è già visto che l'Italia, con la politica energetica differenziale, ogni anno può ridurre la propria emissione di CO2 (ora circa 500 MtCO2/a) di 10 MtCO2/a per 40 anni, senza che ne soffra la sua economia interna ed il suo commercio con l'estero.
Ciò vale per ogni stato sovrano, senza alcuna controindicazione per il commercio mondiale e per lo sviluppo dei paesi più poveri.
Comunque, nel porre sotto controllo l'accumulo di gas ad effetto serra finora emessi in atmosfera, non si possono certo privilegiare gli affari economici dei paesi più ricchi e dei soggetti più ricchi dei paesi ricchi.
Si è già auspicato (05/07/09) un accordo di tutti gli stati sovrani sulla convergenza prima del 2080 delle emissioni assolute pro capite (in base alla popolazione 2010) a 1 t/a per la CO2eq dovuta a mano d'uomo o ad inadeguata gestione del territorio.
Entro tre anni dall'accordo ogni stato sovrano (ricco o povero che sia) che adotti la politica energetica differenziale può trovare il giusto valore di "punC" per ridurre l'emissione assoluta di CO2eq come concordata in ambito ONU da oggi al 2050 e poi al 2100 e oltre.
Si devono ovviamente contabilizzare tutte le emissioni e tutti gli assorbimenti di gas serra che avvengono nel territorio di competenza per mano d'uomo, o per inadeguata gestione del territorio stesso.
Una volta concordati i calendari nazionali, si può stimolare equamente gli stati sovrani a ridurre l'emissione anche più rapidamente.
Lo stimolo deve essere di tipo differenziale, con riferimento al carbonio equivalente pro capite risparmiato sull'obbiettivo accettato dallo stato "S" per l'anno "aa" "dCeq(S,aa) tCO2eq/a/P" ed a quello globalmente risparmiato pro capite "dCeq(aa)" rispetto al programma mondiale concordato.
Uno stato con popolazione P(S, 2010) GP in relativo anticipo sul programma, per cui dCeq(S,aa)>dCeq(aa), gode di un beneficio:
BN = PGC * (dCeq(S,aa)-dCeq(aa)) * P(S, 2010) G€/a
ove PGC €/tCO2eq è il prezzo di scambio globale del carbonio = media (pesata sulle emissioni) tra quelli adottati da tutti gli stati sovrani.
Il bilancio globale tra gli stati sovrani che concordano i calendari risulta poi nullo, in quanto uno stato in relativo ritardo sul suo calendario ha una penale:
PN = PGC * (dCeq(aa)-dCeq(S, aa)) * P(S, 2010) G€/a
Tutti i benefici economici, le penali e le motivazioni di ritardo per ogni stato devono essere continuamente di pubblico dominio.

Se queste condizioni sono globalmente accettate (determinante è la conoscenza dei fatti da parte del pubblico), è più probabile
che i calendari di riduzione delle emissioni nazionali siano rispettati in anticipo, piuttosto che non rispettati.
E' quindi meglio un programma di convergenza pro capite blando, ma accettato da tutti, piuttosto che nessuna convergenza.

Peraltro, con stimoli differenziali internazionalmente riconosciuti e pubblicizzati,
le iniziative imprenditoriali possono essere adeguatamente motivate a concorrere liberamente e palesemente a ridurre l'emissione di gas serra in tutto il mondo
.
In tal modo è molto probabile che la riduzione della emissione globale (necessaria nel 2020, 2050, 2080, 2100, 2200 per tornare a 300 ppm di
CO2eq in atmosfera) sia raggiunta col minimo di risorse economiche e che anzi risulti platealmente vero quello che la IEA afferma fin dal 2006:
ridurre le emissioni di gas serra sarà un buon affare per tutti.

In verità, queste condizioni e la loro stabilità nel tempo, sono anche l'unico modo realistico
per garantire alla ricerca tecnologica ed industriale risorse economiche adeguate alle sfide globali dei prossimi
secoli, in quanto motivano adeguatamente i finanziamenti privati a lungo termine.
I fondi pubblici per la ricerca (sempre pochi) devono essere invece dedicati alla libera ricerca fondamentale, cioè a chiarire perché
avvengono i fatti che finora non capiamo, non a fornire le tecnologie per cambiare i fatti.




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20 luglio 2009

La "Politica Energetica Differenziale" rende fattibile uno sviluppo italiano sostenibile

Visto il suo rilevante interesse generale a lungo termine, sarebbe opportuno che la "Politica Energetica Differenziale" venisse approvata con maggioranza parlamentare qualificata, per garantirne la stabilità per almeno 40 anni, o permetterne modifiche d'impostazione solo con uguale maggioranza.
L'unico elemento modificabile dovrebbe essere "punC", solo in aumento.
Se nell'anno "aa" la riduzione effettiva dell'emissione assoluta di CO2 dall'Italia RE(aa) MtCO2/a è meno di 10 MtCO2/a, per riportare la
riduzione annuale dell'emissione assoluta sopra 10 MtCO2/a senza provocare effetti macroeconomici negativi, si fissa
punC(aa+1) = punC(aa)*15/RE(aa) €/tCO
2

Si ricorda che tra le cause che frenano la riduzione dell'emissione assoluta a pari prezzo di scambio del carbonio vi sono certamente:
- la stessa riduzione dell'emissione assoluta;
- una temporanea carenza di tecnologie adatte, o di risorse economiche adeguate;
- un aumento delle velocità di crescita del PIL.
In definitiva, gestendo palesemente in tal modo la propria "Politica Energetica Differenziale", fin d'ora l'Italia può garantire un calendario certo per la riduzione dell'emissione di CO2 dal 2010 al 2100.
Si conferma che tutto ciò è possibile senza avere conseguenze negative sull'economia interna e sul commercio con l'estero, indipendentemente dal prezzo (anche nullo) che gli altri stati sovrani assegnano al carbonio fossile usato nel proprio territorio.

Anche se non fosse ancora approvata una politica energetica differenziale nazionale, a ciascuna regione dovrebbe essere consentito applicare questo tipo di politica energetica (che non comporta costi per i bilanci regionali), specialmente se ad ognuna viene assegnato un calendario di riduzione della CO2.
In tal modo ogni regione potrebbe stimolare subito l'economia e gli abitanti del suo territorio e conseguire tutti gli obbiettivi del suo programma energetico, senza caricarli di maggiori costi, o di maggiore burocrazia.
Quando i consorzi di fornitori di beni e servizi hanno particolare rilevanza per una regione (ad esempio i produttori di piastrelle ceramiche in Emilia Romagna) la regione interessata deve essere espressamente aggiornata sulle attività del consorzio e deve poter favorire la diffusione delle conoscenze utili a ridurre l'incidenza media dei costi energetici nei settori economici corrispondenti, coinvolgendo Università, Centri di ricerca ed associazioni impreditoriali interessate.

E' opportuno che anche le amministrazioni provinciali e comunali impostino le politiche energetiche locali su base differenziale, a
partire dai consumi di loro competenza, evitando il più possibile di imporre ai cittadini particolari tecnologie, con termini temporali tassativi o condizionatamente derogabili, con relativi controlli burocratici, multe ed inevitabili inefficienze complessive.




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